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Un libro di Ingroia accende le speranze di Contrada

Posted by Peppe Caridi su 26, settembre, 2011

di Giovanni Alvaro – Si dice che il diavolo fa le pentole ma dimentica di fare i coperchi. E forse è vero dato che la vicenda del super- poliziotto Bruno Contrada, arso vivo sulle pire di un incredibile giustizialismo, è ritornata all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale. La Corte d’Appello di Caltanisetta, infatti, sembra abbia accolto la terza richiesta di revisione del processo, avanzata dall’avv.to Lipera, per la non conoscenza di atti istruttori che l’accusa non aveva depositato nel fascicolo processuale, e ha convocato l’udienza per l’8 novembre prossimo.

Non si tratta comunque di atti ‘ininfluenti’ per la difesa, ma di atti che potevano cambiare radicalmente la ‘verità processuale’ di Bruno Contrada facendo emergere l’innocenza che il numero 3 del Sisde ha gridato, fino a sgolarsi, in tutti questi lunghi 19 anni di vero e proprio calvario e che è costato all’interessato la distruzione del proprio onore, della propria carriera, della propria reputazione e praticamente della propria vita.

La mancata deposizione di quegli atti istruttori emerge in un passaggio del libro “Nel labirinto degli Dei”, scritto dal pm Ingroia che racconta un episodio al fine di dimostrare “l’infondatezza di un’accusa che, qua e là ci viene rivolta. I magistrati della Procura di Palermo non saprebbero prendere le distanze dalle proprie fonti, e accetterebbero sempre per buone le dichiarazioni di qualunque pentito purché accusatorie nei confronti dei propri inquisiti. Bene, anche in questo caso, credo che si possa arrivare alla stessa conclusione: fatti i dovuti riscontri, l’accusa non è convincente come non lo è chi la sostiene“.

Ed ecco l’episodio: “….Avevo interrogato Vincenzo Scarantino, che si era autoaccusato di avere organizzato il furto della fiat 126 usata come autobomba in via D’Amelio. Indagini più recenti della Procura di Caltanissetta sembrano, comunque, aver definitivamente smascherato Scarantino come depistatore e falso pentito. Lo interrogai una sola volta, ricevendone una sensazione sgradevole. La attribuivo al disagio di trovarmi di fronte un probabile complice dell’omicidio di Paolo. Ma forse percepivo qualcos’altro… Scarantino avanzò “nuove accuse a carico di Bruno Contrada,… e, addirittura, dichiarazioni che coinvolgevano il già allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in oscure vicende di traffico di stupefacenti. Le dichiarazioni a carico di Contrada erano minuziose e precise, apparentemente riscontrabili; quelle che riguardavano Berlusconi, invece, erano generiche e sostanzialmente indimostrabili”.

Rimasi perplesso. Osservavo con attenzione Scarantino, lo fissavo negli occhi, ma il suo sguardo era sfuggente, elusivo. Non mi piaceva. Non mi convinse. Né mi sembrava plausibile il personaggio nel suo complesso. Era evidente che si trattava di un criminale di infimo livello.

Possibile che sapesse cose tanto rilevanti? Possibile che Cosa Nostra avesse affidato a un tale personaggio la delicatissima fase di preparazione e organizzazione della strage di via D’Amelio? Tuttavia, era mio dovere cercare di riscontrare il riscontrabile, e così feci”.

Ingroia scrive ancora che diede incarico alla Polizia Giudiziaria per approfondire le vicende citate da Scarantino, mal’esito fu sconfortante” perché non “era stato acquisito alcun riscontro”. Consultatosi con il collega Morvillo convennero nel considerare che “quelle dichiarazioni non erano convincenti, come non lo era il teste”, e insieme a Giancarlo Caselli, all’epoca procuratore a Palermo, decisero di non utilizzarle e, a seguito di tale scelta, scomparvero dal fascicolo.

A parte il fatto che, a differenza di quanto fece Falcone in analoga circostanza (leggesi Pellegriti), non incriminarono Scarantino per calunnia, ma non si posero neanche la domanda sul perché Scarantino disse quelle cose, e su chi lo avesse imbeccato, dato che l’incredibile deposizione del “criminale di infimo livello” dimostrava che era in atto un complotto anti Contrada. Certo che una ‘testimonianza falsa’ avrebbe incrinato il fronte del pentitismo prezzolato col rischio della caduta dell’intera impalcatura accusatoria, mentre la mancata deposizione degli atti, indipendentemente dai motivi che la provocarono (scelta ponderata, dimenticanza, sottovalutazione) è stata grave per le conseguenze che ha determinato.

Non vi è dubbio, infatti, che l’assenza della ‘testimonianza’ e dei ‘riscontri sconfortanti’ raccolti dalla Polizia Giudiziaria hanno influito e non poco, a nostro giudizio, a sancire la colpevolezza del superpoliziotto. Ma il diavolo dimentica sempre i coperchi che, nella vicenda, è il libro di Antonio Ingroia e la sua voglia di ‘certificare’ la propria correttezza inquirente.

In attesa della ripresa del calvario, comunque, sarebbe più che opportuno restituire la libertà a Bruno Contrada che, ricordiamolo, non ha voluto avanzare domanda di grazia perché essa è esclusiva di chi ha commesso reati, e non di chi avendoli perseguiti è, però, ‘al gabbio’ da innocente.

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