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Lectio magistralis di Falcone, inascoltata

Posted by Peppe Caridi su 13, agosto, 2011

di Giovanni AlvaroIn riferimento alla vicenda aperta dal Direttore Sansonetti  con le domande inevase rivolte a Pignatone, non convince la scelta di molti dirigenti dell’associazionismo antimafia e di diversi politici calabresi di ignorarla per scegliere, senza mezzi termini, nella ormai palese guerra tra le toghe reggine, con chi stare, chi sostenere, e con chi schierarsi. Sembra il solito gioco di squadra che punta a ignorare domande maliziose e a sostenere uno dei contendenti.  Un gioco realizzato a prescindere dalle reali vicende che stanno sconvolgendo una Procura di trincea come quella di Reggio Calabria, e nel quale non si vuol cadere anche per non contribuire ad alimentare quel rischio democratico di cui parla, con un efficace grido di allarme, un pm di trincea come Salvatore Mollace.

Non vogliamo fare dietrologia ma non vogliamo neanche fare come gli struzzi. La logica di confondere l’opinione pubblica non ci appartiene. E’ errato anche, pur se involontariamente, mischiare le aspirazioni di carriera dei singoli magistrati con i percorsi della lotta alla mafia, arrivando addirittura a giustificare, qualora fosse vero, l’atteggiamento del dottor Pignatone che ‘abusando del proprio potere’ avrebbe puntato ad ottenere dichiarazioni dal capitano Spadaro Stracuzzi finalizzate alla lotta alla mafia.

Da ciò che leggiamo, nella lettera esposto del Capitano Spadaro Stracuzzi, l’obiettivo perseguito con le pressioni, oggetto del suo esposto, era tutt’altro che la lotta alla mafia, ma più prosaicamente il discredito dei vertici nazionali antimafia per fini semplicemente carrieristici. Ora non v’è dubbio che bisogna andare con i piedi di piombo ed evitare facili criminalizzazioni, come è altresì necessario evitare sollecite assoluzioni. La iscrizione nel registro degli indagati non può essere automatica sol perché c’è stata un’accusa senza riscontri. Se non è automatica per Pignatone, perché lo è stata per Alberto Cisterna?

Pignatone dichiarò essere un atto dovuto anche se gli atti dovuti sono solo foglie di fico, paramenti inutili e pretestuosi, ai quali preferiamo gli atti necessari ed obbligati emessi dopo un minimo di indagini. Su questo pianeta c’è la lectio magistralis del grande Giovanni Falcone maestro a cui tutti si rifanno, ma nessuno è stato veramente in grado, non diciamo di superarlo, ma semplicemente di eguagliarlo.  Quando Pellegriti gli ‘rivelò’ i suoi segreti il tanto osannato, (dopo morto, però), Falcone condusse una serie di riscontri e concluse le sue scelte con la richiesta del rinvio a giudizio per calunnia del falso pentito. Perché non si è fatto altrettanto con Nino Lo Giudice?

La nostra non è una domanda diretta, alle quali come abbiamo visto, il procuratore Pignatone sembra abbastanza refrattario, ma una domanda pleonastica rivolta a noi stessi che da vecchi garantisti non ci accontentiamo delle verità rivelate, ma pretendiamo chiarezza e stato di diritto, ed è anche una domanda che si pone la stessa opinione pubblica che è abbastanza frastornata e non riesce a cogliere dove stia l’offesa alla sacralità della magistratura per domande le cui risposte avrebbero potuto fugare molti dubbi.

Quanto sta avvenendo, comunque, dimostra ancora una volta l’urgenza della riforma della giustizia ed una rivisitazione della gestione dei pentiti che sono, certamente, una risorsa per la lotta alle mafie, ma possono diventare strumenti impropri di lotta di potere. Siccome le mani che gestiscono questo fior fiore di ‘galantuomini’ possono essere non neutre, e possono voler utilizzare queste improprie ma efficaci armi nella lotta politica, dentro e fuori la casta, aldilà delle vicende reggine, sono necessarie, più che gli appelli ad una convivenza più civile, regole certissime del loro uso e non del loro abuso.

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