LA PAGINA – Peppe Caridi Live News

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Quello a Cisterna non sembra un atto dovuto

Posted by Peppe Caridi su 21, giugno, 2011

di Giovanni Alvaro – Vogliamo essere chiari fin dall’inizio e lo diciamo subito. Il garantismo al quale siamo stati educati, nella nostra formazione giovanile, ci spinge a diffidare delle roboanti e plateali dichiarazioni di pentiti che sciorinano ‘verità’ a getto continuo, e più ancora quando queste verità vengono anticipate da giornali ‘amici’ che, purtroppo, si prestano ad assolvere a compiti di sostegno a ‘traballanti’ oltre che incredibili accuse.

Il garantismo di cui parliamo sarebbe meschino usarlo solo quando vi è palese invasione da parte di un ordine-potere nei recinti di un altro ordine (sia esso legislativo o esecutivo), ma esso è tale anche quando tutto fa pensare ad una specie di vicenda interna allo stesso ordine che può portare, se la scelta garantista non è genuina, a chiudersi a riccio, scrollando le spalle, e scegliendo di ignorare quanto avviene con la vergognosa sottolineatura del ‘che si ammazzino pure tra loro’  che poi è la stessa che si utilizza quando ad ammazzarsi sono le bande criminali e mafiose che imperversano nei nostri territori.

Ipotesi simili non ci hanno per nulla sfiorato, anche perché il disastro che sta investendo la Magistratura non è un problema ‘privato’ che riguarda, per intenderci, i soli addetti ai lavori, ma un problema che deve essere al centro di ogni spirito libero e libertario. Ma veniamo al dunque. Stiamo parlando della iscrizione del pm Alberto Cisterna, attuale n. 2 della Dia nazionale, nel registro degli indagati per corruzione in atti giudiziari (un ‘pentito’ ha dichiarato d’avere ‘intuito’ che il proprio fratello avrebbe dato soldi al dott. Cisterna in cambio della libertà).

Dinanzi a simili ‘accuse’ stanno dinanzi al Magistrato inquirente due possibili strade: o l’atto dovuto, che per essere tale va accompagnato da cautele e riservatezze senza alcun limite, escludendo a priori alcun battage mediatico; o quello usato da Giovanni Falcone, passato ormai alla storia e diventato oggetto di studio, di immediata iscrizione nel registro degli indagati, per calunnia, del fantomatico pentito che continua a sfornare verità ben oltre i limiti imposti dall’attuale legislazione ed a godere di immeritato credito. Tutti ricorderanno, infatti, la storia del pentito Pellegriti che accusava, senza alcuna prova, il divo Giulio, e tutti ricorderanno la scelta di Falcone di incriminare per calunnia il pentito che gli stava di fronte e di disporne il suo immediato arresto.

Ma a Reggio non abbiamo assistito ad alcuna delle due scelte: né riservatezza, né uso del cestino dove buttare la carta straccia. L’esaltazione delle icòne di Falcone e Borsellino restano ripetizioni scolastiche da usare nei convegni o nei dibattiti televisivi, dove sfoggiare la propria ‘sapienza’ e presentarsi come degni eredi di maestri che hanno segnato la storia della magistratura, ma non diventano, purtroppo, e non è solo a Reggio, esempi eccelsi e luminosi da imitare. Il perché? Perché spesso è l’apparire e non l’essere quello che interessa.

La sinistra ha aiutato questa deriva. Ha offerto sponda a settori politicizzati della Magistratura per aver annoverato tra i propri eroi, solo dopo la loro morte, quanti erano stati fortemente osteggiati in vita malgrado fossero validi e formidabili servitori dello Stato. Una deriva che ha ‘usato’ Falcone e Borsellino, maestri insuperabili, ma che deve spingere a quella riforma della giustizia e della sua amministrazione, che la casta non accetta ma che la società rivendica con forza.

La vicenda Cisterna non può passare sotto silenzio. E guai se altri lo pensano incosciamente così, magari per gli orientamenti politici che Magistrato, oggi sotto attacco, perché quegli orientamenti  rischiano d’essere il dito che indica la luna, mentre vanno focalizzati i risvolti che la vicenda, mettendo a nudo il re, dimostra, aldilà di ogni ragionevole dubbio, l’estrema debolezza di una casta, quella inquirente, che appare forte ma che è estremamente debole. Il guaio, però, è che questa debolezza la sta pagando, da molti anni, l’intera società italiana.

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