LA PAGINA – Peppe Caridi Live News

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Se la libertà della sinistra è solo oscurare Mediaset

Posted by Peppe Caridi su 18, giugno, 2011

Repubblica attacca le tivù del Biscione auspicandone la fine, come se un’azienda dove lavorano 5mila persone fosse un nemico da abbattere – di Mario Giordano http://www.ilgiornale.it– Caro direttore, scusa se ti disturbo per un fatto personale, ma proprio non mi sento un reperto d’antiquariato, come m’ha definito ieri Curzio Maltese su Repubblica , insieme alle altre 5mila persone che lavo­rano a Mediaset. Ti scrivo qui, dal mio ufficio a Milano Due, dove la Tv di Berlusconi è nata tanti anni fa, e se oggi mi guardo attorno vedo ragazzi impegnati a imparare nuove tecnologie, operatori che s’addestrano sul multimediale, tecnici che s’industriano a connettere il know how televisivo con i new media . Vedo
pay Tv , Net Tv , nuovi canali digitali, app per tablet e
smartphone . L’unica cosa che non vedo è la scritta «The End», quella che andrebbe in onda a schermi unificati sulle nostre reti. Almeno così dice Maltese, che anche questa volta, però, deve aver sbagliato film. Magari non gli è piaciuta l’ultima puntata dei Simpson, magari non ha apprezzato il finale di Tempesta d’Amore su Retequattro. Capita, che ci volete fare? Magari ha solo digerito male la peperonata o aveva un disturbo al suo Samsung. Però, ecco, mai si era vista una liquidazione sommaria di un’intera televisione basata su un puro pregiudizio politico: Mediaset è stata fondata da Berlusconi e dunque con Berlusconi va affondata. Non importa che cos’è l’azienda, chi ci lavora, che cosa fa, il fatto che sia quotata in Borsa e che operi in altri Paesi europei: contano il suo Dna, i cromosomi del suo sangue infettati per sempre ad Arcore, la tara ereditaria. E perciò deve pagare, dev’essere travolta, eliminata, rasa al suolo, dai piani alti all’ultimo cameraman, da Paperissima Sprint alle Apemaia ( ore 8.36 su Italia Uno, lo diciamo per Curzio Maltese).

È quasi una forma di razzismo mediatico, un metodo un po’ squadristico e assolutamente discriminatorio, che offusca la vista e obnubila il pensiero, già messo a dura prova dalla peperonata: si dice che le aziende di Berlusconi sono «il parastato » quando fra Rai, Sky, La7, Google etc non c’è mai stata tanta concorrenza nel mondo dei media; si dice che il pubblico giovane abbia abbandonato le reti Mediaset quando le reti Mediaset hanno la leadership assoluta del pubblico giovane (il 45,4% di quello tra i 15 e i 34 anni contro il 28,1% della Rai); si dice che la crescita pubblicitaria sia dovuta alla presenza del Cavaliere a Palazzo Chigi quando la crescita pubblicitaria di Mediaset è stata costante, con tutti i governi, da Prodi ad Amato, da Dini a D’Alema, ed è dovuta alla straordinaria abilità dei manager di Publitalia che il mercato lo conoscono davvero. Eccome. A differenza di Curzio Maltese, che sul mercato al massimo può andarci per comprare le albicocche.

Ma a Repubblica è mai importato qualcosa della realtà dei fatti? Diciamocelo: il vero partito-azienda sono loro. Assai più partito che azienda, per la verità. E pensano che tutto il mondo debba comportarsi come fanno nel Politburo di De Benedetti, ragionando per comitati politici e purghe verso i gulag scalfariani. Così non ce la fanno a capire che possa esistere un’impresa che pensa a fare l’impresa, che guarda con rispetto ai suoi telespettatori (tutti: di destra e di sinistra) e ai suoi azionisti (tutti: di destra e di sinistra), che produce e dà lavoro a 5mila persone, che investe e cresce sui mercati internazionali (Spagna), e che anziché perdersi dentro logiche di palazzo sfida la rivoluzione tecnologica investendo sul digitale, sulla Net Tv e sui new media, portando avanti progetti coraggiosi e rischiando sempre in proprio. Non ce la fanno, non è mica colpa loro: dev’essere un difetto di fabbrica. Appena fiutano Berlusconi, impazziscono. E colpiscono a morte tutto ciò che lo riguarda. Curzio Maltese, per dire, col prossimo articolo potrebbe chiedere che, in seguito all’eventuale caduta del Cavaliere, Palazzo Grazioli venga raso al suolo e i colori rossoneri vietati negli stadi italiani.

Con la stessa leggerezza l’editorialista di Repubblica liquida in blocco tutti i conduttori di Mediaset come «vecchie glorie o risaputi lacchè», definisce Striscia come «finta satira» e paragona i tg a «quelli democristiani d’antan» (ma come? Fino a ieri non li criticavano per essere troppo leggeri? Per dedicare spazio all’orsetto lavatore e alla fiera della calza a rete? E nei tg democristiani c’erano orsetti e calze a rete?).
La critica acuta e puntuale si conclude con una sentenza irrorata di malcelata speranza: «Basta passare qualche ora sulle reti Mediaset per guardare in faccia la fine del berlusconismo ». Per l’amor del cielo, ognuno nel piccolo schermo può vedere cosa vuole. Ma è sicuro Maltese, peperonata a parte, di non aver sbagliato canale? Non è, per caso, che pensava di guardare Retequattro e invece era sul Tg3?
Vedi, caro direttore, sono undici anni che lavoro qui. E ti posso garantire che non ho mai visto venire meno l’attenzione al nuovo, agli investimenti, alle energie dedicate a cercare di capire come cambia il mondo. Le difficoltà sono tante, gli ostacoli pure, persino gli errori. Ma se Curzio Maltese si togliesse i paraocchi e venisse qui, nella mia stanza a Milano 2, in questo momento, vedrebbe un gruppo di ragazzi impegnati a coniugare Internet e Tv, giovani tecnici che cercano soluzioni nuove per l’informazione tradizionale e quella sul web. E lo stesso troverebbe a Cologno, al centro Palatino di Roma, nelle sedi sparse per l’Italia, da Torino a Palermo, dove ogni giorno siamo abituati a misurarci, a discutere, magari a litigare, ma sempre a giudicare gli uomini per quello che fanno e che valgono, non per il Dna, per l’origine genetica o per le convinzioni politiche.
E allora ti posso confidare una cosa? Dopo aver letto Repubblica , sono ancora più orgoglioso dell’azienda in cui lavoro. E sono convinto che quella Modernità e Libertà di cui parla Maltese facciano talmente parte del nostro modo di essere che sapremo interpretarli sempre, prima e dopo Internet, con o senza Berlusconi al governo. Chissà se questo sarà vero anche per chi ha costruito il vecchio e polveroso partito-azienda dell’ odio. O chissà, invece, se la rivoluzione dei media e della politica non finirà per segnare il «The End» proprio per loro.

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