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«Ma i quesiti sull’acqua sono un imbroglio»

Posted by Peppe Caridi su 11, giugno, 2011

intervista a Franco Bassanini – di Cecilia Moretti – «Che vinca il sì o il no al referendum, l’acqua è e resta un bene pubblico. E chi conosce la giurisprudenza e parla di privatizzazione non può essere in buona fede». Franco Bassanini, costituzionalista, presidente della Cassa depositi e prestiti e della Fondazione Astrid specializzata nello studio delle riforme istituzionali e amministrative, tre volte ex ministro nei governi Prodi I, D’Alema e Amato II e, su chiamata di Sarkozy, membro della commissione Attali per l’ammodernamento dell’amministrazione francese, di dubbi sul referendum sull’acqua non ne ha: è un imbroglio. E, oltre gli slogan che inducono all’equivoco e le strumentalizzazioni politiche, spiega perché sarebbe sbagliato votare sì ai quesiti sull’acqua. Professore, semplificando al massimo, in che cosa consistono i due quesiti sull’acqua?

Il primo, denominato sulla privatizzazione dell’acqua, è in realtà un quesito sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali in una serie di settori, di cui i principali sono il ciclo idrico, il ciclo dei rifiuti e i trasporti locali, cosa che evidenzia già un primo elemento di imbroglio nel modo in cui il quesito è stato presentato, non coincidendo con il vero oggetto del referendum stesso.

Quindi parlare di privatizzazione è proprio sbagliato?

Esattamente: il decreto Ronchi-Fitto, di cui viene chiesta l’abrogazione, stabilisce espressamente che l’acqua è e resta un bene pubblico, che le infrastrutture – cioè gli acquedotti, le opere di captazione, gli impianti di depurazione – restano pubblici e che la tariffa del prezzo dell’acqua resta pubblica. Quello che il decreto prevede di attribuire secondo gare è la concessione per alcuni servizi: trasporto locale, raccolta e smaltimento dei rifiuti, captazione e distribuzione dell’acqua.

Lo slogan “privatizzare l’acqua” è una necessaria semplificazione, una gaffe della comunicazione o mala fede dei promotori referendari?

Penso che la stragrande maggioranza del milione e 400mila italiani che hanno firmato per il referendum l’abbiano fatto in buona fede, ma i promotori no. Loro, tra cui ci sono illustri cervelli giuridici, non potevano non aver chiaro che  chiamarlo referendum contro la privatizzazione dell’acqua era una mistificazione fatta apposta. Perché naturalmente è molto più facile avere consensi e mobilitare l’opinione pubblica se si prospetta il pericolo che un bene essenziale come l’acqua sia oggetto di appropriazione privata e mercificato. Sarebbe come se si dicesse che qualcuno vuole  privatizzare l’aria per poi venderla. È chiaro una cosa del genere non potrebbe mai essere accettata e dire no sarebbe una vera e propria battaglia di civiltà. Ma per avere l’aria in casa non c’è bisogno di costruire infrastrutture, per avere l’acqua nei propri rubinetti sì.

Dunque?

L’acqua è e resta un bene pubblica e gratuito – se uno va alla sorgente può attingerne liberamente – però, se la voglio nei miei rubinetti di casa e voglio che venga controllato che non sia inquinata e nel caso che questo succeda che venga depurata, allora bisogna che ci sia qualcuno che costruisca l’acquedotto e lo mantenga in buone condizioni, che si occupi dell’impianto di depurazione, che faccia controlli periodici per verificare che la qualità dell’acqua sia potabile, e via dicendo: questo è un servizio, costa e va pagato. Esattamente come il servizio di autobus e tram e di raccolta dei rifiuti, gli altri settori interessati dal referendum.

Che cosa accadrà se vincerà il no?

Se vince il no o se non si ottiene il quorum – perché bisogna ricordare che l’astensione è un diritto dell’elettore – , il decreto Ronchi-Fitto entrerà finalmente in attuazione. Allora i servizi che abbiamo elencato prima dovranno essere attribuiti in concessione alle imprese, pubbliche o private, che vinceranno apposite gare. Dunque, l’impresa che vince la gara perché fa l’offerta migliore, diventa concessionaria del servizio, mentre gli enti locali devono controllare che siano rispettati gli standard e le condizioni dei servizi. Questa soluzione è la migliore perché consente di selezionare con una procedura di gara oggettiva l’impresa più efficiente – pubblica o privata che sia – e con il meccanismo della competizione obbliga anche l’impresa pubblica a essere efficiente, per non perdere la gara.

Quindi il decreto Ronchi-Fitto non è ancora in vigore?

No, perché finora il decreto prevedeva una fase transitoria, poi è arrivato il referendum e praticamente non è ancora cominciata l’attuazione. E per questo le lamentele per le tariffe dell’acqua aumentate, sicuramente non sono imputabili al Ronchi-Fitto che non è ancora entrato in applicazione.

Se invece vincerà il sì?

La risposta è molto complicata, perché il quesito è stato anche scritto tecnicamente male, comunque, se vince il sì si apre una fase di vuoto normativo, perché l’abrogazione non fa tornare in vigore le norme precedenti. È evidente, però, che in questo caso i promotori del sì vorranno tornare alla gestione pubblica. Ma c’è un problema non da poco: chi fa gli investimenti? In Italia ci sono acquedotti obsoleti e mal funzionanti, per esempio dell’acqua captata dalle varie sorgenti se ne perde per strada circa il 43%. Addirittura l’acquedotto pugliese, che è il più grande e di cui il maggiore azionista è il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, ne perde per strada il 53% Ma lui dice che la sua regione non ha soldi per correre ai ripari , e proprio questo è il problema.

Se, invece, un servizio è gestito da un’impresa pubblica o privata che ha vinto la gara, quella è in condizione di raccogliere sul mercato le risorse necessarie per fare gli investimenti. Al contrario, i comuni italiani hanno quasi tutti ormai raggiunto i limiti del patto di stabilità e non possono più fare indebitamento, cioè non possono più prendere soldi in prestito, e così vanno in malora acquedotti, impianti di smaltimento di rifiuti e via dicendo, oppure si sottraggono risorse essenziali a quei servizi pubblici che non possono essere affidati col meccanismo della gara, come la scuola, la sicurezza. Alternative entrambe pessime.

Il comitato per il no, politicamente parlando, è assolutamente trasversale…

Completamente trasversale. Per esempio, ha al suo interno diversi esponenti anche del Pd e tra l’altro questa è la tradizionale posizione di Astrid, la fondazione che abbiamo fondato Giuliano Amato e io. In più, il decreto Ronchi-Fitto si innesta su una tradizione che parte dal disegno di legge Napolitano del 1999, lo stesso Giorgio Napolitano attualmente presidente della Repubblica e allora ministro dell’Interno.

Il secondo quesito, invece?

È quello che riguarda veramente l’acqua. E vuole abrogare la norma del Ronchi-Fitto che stabilisce che l’autorità pubblica fissa il prezzo, tenendo conto anche della remunerazione del capitale, nella misura del 7% del capitale investito. Qui si è fatta una gran campagna dicendo che sull’acqua speculano i privati, ma – a parte il fatto che potrebbe essere un’impresa pubblica a vincere la gara – non si deve dimenticare che per fare investimenti è imprescindibile avere un capitale, che si deve raccogliere, per esempio, chiedendo un finanziamento a una banca o a una cassa depositi e prestiti o ai risparmiatori. È evidente, allora, che i capitali per investire ci sono se c’è una remunerazione e il 7% è già una somma abbastanza modesta e, comunque, la tariffa è fissata dall’autorità pubblica.

Quindi, i prezzi per gli utenti non aumenterebbero?

Per prima cosa, va detto che il prezzo dell’acqua deve essere valutato in relazione agli investimenti fatti. Posso anche tenere il prezzo bassissimo, se lascio andare in malora gli acquedotti, se non mi preoccupo di controllare la qualità dell’acqua, se a un certo punto dirò sui giornali che l’acqua non è più potabile e va utilizzata soltanto per lavarsi. A parità di investimenti che devono essere fatti, il meccanismo previsto dal Ronchi-Fitto è il migliore per avere un prezzo basso, perché consente di selezionare l’impresa più efficiente: vince la gara quello che, a parità di investimenti e qualità del servizio, offre il prezzo più basso.

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