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Nord Africa: la crisi degenera in Libia, siamo sull’orlo di una guerra Mediterranea. Intervista a Ezzat Hassan, docente egiziano a Reggio

Posted by Peppe Caridi su 19, marzo, 2011

1di Peppe Caridi – La crisi Libica sta degenerando: nel Paese governato da Gheddafi è ancora in corso, da più di un mese, una sanguinosa guerra civile tra quella parte di popolazione ancora vicina al “Colonnello“, e i rivoltosi.

Gheddafi è il “capo” della Libia da ben 42 anni, quando diventò massima autorità del Paese a seguito di una rivoluzione molto simile a quella dei giorni nostri che, nel settembre 1969, portava alla caduta della monarchia filo-occidentale del re Idris.
La Libia da quel giorno è indipendente dall’Europa e dagli Stati Uniti d’America, ed è amministrata dal dittatore Gheddafi contro cui adesso s’è scatenata una rivolta che gli storici e gli analisti più esperti non hanno ancora saputo ben identificare per le tante sfaccettature e i tanti elementi di originalità che sfuggono da un’analisi precisa e inconfutabile.
Fatto sta che il Parlamento Europeo ha dato poche ore fa il via libera ai raid aerei sulla Libia e Stati Uniti d’America, Francia e Gran Bretagna sono pronti a scatenare una guerra anche con l’appoggio dell’Italia che ha già messo a disposizione le sue basi militari.
Quella che fino ad oggi è stata una rivolta civile interna alla Libia, potrebbe diventare una guerra Mediterranea, a due passi da casa nostra.
Per capire meglio quello che sta succedendo in Libia, dobbiamo fare un passo indietro e analizzare quanto accaduto in Egitto e ancor prima in Tunisia, dove i Capi di Stato Mubarak e Ben Alì sono stati di fatto destituiti e costretti all’esilio da una rivolta popolare.

Per saperne di più, abbiamo intervistato Ezzat Hassan, professore universitario di lingua araba in Italia e, più precisamente, all’Università per Stranieri ‘Dante Alighieri‘ di Reggio Calabria.

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Hassan, studioso di storia, politica e attualità, è anche un uomo impegnato socialmente, collabora con altri ricercatori e atenei del nostro Paese, e le prime battute che abbiamo scambiato non potevano che riguardare l’Egitto, dov’è nato, dove è cresciuto, dove ha studiato, s’è formato e dove ancora oggi ha familiari, affetti, ricordi e origini:

“Come tutti i cittadini di orgine egiziana che vivono all’estero mi sono sentito combattuto da due forti sentimenti: angoscia e felicità. Guardando in televisione e su internet le immagini di ciò che accadeva nel mio Paese, avevo un pò di preoccupazione ma ero felice e lo sono ancora oggi perchè il regime di Mubarak faceva i comodi solo ed esclusivamente della sua famiglia. Adesso la gente ha almeno un pò di speranza che le cose possano andare meglio. Prima non c’era nemmeno la speranza, perchè tutto in Egitto, terra e cielo, era nelle mani della ‘sacra’ famiglia di Mubarak”.

Cos’ha scatenato la rivolta contro Mubarak?

“Il governo di Mubarak ha seminato odio fra le diverse classi del popolo, tra cristiani e mussulmani, tra ricchi e poveri, tra abitanti de Il Cairo e abitanti degli altri centri, tra residenti nel centro e residenti in preferia. La situazione nel Paese era ormai invivibile, serviva una scossa”.

Ma adesso com’è la situazione in Egitto?

“Sta governando un gabinetto provvisorio sotto la supervisione dei militari ed è stato formato un governo tecnico di transizione in cui ci sono tre cristiani”.

5Quali sono i più grandi rischi per il futuro dell’Egitto?

“Ancora oggi ci sono tanti fedeli beneficiari del sistema di Mubarak che vogliono ritornare sfruttando l’odio interno agli Egiziani che c’ ancora, cavalcandone le esigenze in modo populista e determinando lo ‘stato di crisi’ per avere la scusa di tornare. Sono convinto che adesso si impegneranno per cercare nuove alleanze per continuare a difendere i loro interessi, per questo serve anche l’aiuto dell’occidente che deve dare una mano al Paese ad avviarsi verso una vera democrazia non solo di nome ma anche di fatto”.

Ma la rivolta è scoppiata per fame?

“Tutto quello che sta succedendo nel nord Africa non è solamente dovuto a un aspetto economico e al caro vita, come dicono in tanti. C’è un motivo di fondo, è la mancanza di democrazia. Negli ultimi anni i vari governanti di Egitto, Tunisia e anche altri Paesi non avevano più nessun minimo rispetto delle popolazioni e praticavano tutti i tipi di tirannia familiare fino ad arrivare a torturare gli oppositori e uccidere persone innocenti che avevano solamente chiesto elezioni libere e il divieto del monopolio economico e politico del Paese nelle stesse famiglie”.

Internet ha contribuito molto, diffondendosi nella popolazione, a far conoscere i canoni di libertà e democrazia del mondo occidentale?

“Senza dubbio, internet ha dato ai giovani nord Africani la possibilità di confrontarsi con altri giovani di tutto il mondo e di capire che la loro non era una vera democrazia”.

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La goccia che ha fatto traboccare il vaso?

“Nel 2010 ci sono stati due eventi molto importanti: innanzitutto l’assassinio e la tortura di un giovane blogger che aveva pubblicato un video che ridicolizzava le forze dell’ordine mentre si dividevano una grande quantità di droga e soldi seguestrati a criminali, e poi la chiara ed evidente falsificazione delle elizioni parlamentari con i brogli secondo cui il partito di Mubarak aveva raggiunto il 93% delle preferenze. Quel giorno Mubarak andò alla seduta inaugurale del parlamento per prendersi gli auguri del successo mentre nel Paese montava la rabbia, perchè la gente parla e comunica, e milioni di persone che non votavano Mubarak non accettavano di vedere un risultato che, di fatto, non considerava il loro parere. Quel giorno Mubarak sembrava fosse di un altro pianeta, sembrava proprio non vivesse l’Egitto”.

Prima dell’Egitto una cosa simile era accaduta in Tunisia. E adesso la Libia, dove però la situazione è molto più complessa e difficile da analizzare.

“Credo che ci sono tanti paesi arabi governati nello stesso modo del ‘mio’ Egitto, e penso anche che tutti i governanti di questi Paesi adesso dovranno fare bene i conti con i loro popoli che non possono più sopportare di non essere considerati nei processi democratici del loro Stato”.

Cosa pensi che accadrà in Libia?

“Ormai, dopo tutto quello che ha fatto Gheddafi uccidendo tantissima gente, penso che la Libia sarà liberata. Anzi, sono sicuro di questo. La mentalità araba è proprio come quella ebraica: quando viene versato del sangue e si perde qualcosa di caro, la faida è l’unica soluzione. Culturalmente la parola ‘faida’ è araba e non è un caso se anche in Sicilia e Calabria c’è ancora questo fenomeno. Ti assicuro che quando tra i ribelli ci sono dei morti, uccisi dalle forze vicine al regime, gli altri ribelli sopravvissuti non si tireranno assolutamente indietro anzi … avranno ancor più rabbia nella loro battaglia”.

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A Lampedusa, intanto, stanno arrivando migliaia di Africani.

“Dalla Libia non ci sono ondate di immigrati, non ci sono mai state e non ci saranno perchè il popolo economicamente sta bene e non è sua natura emigrare come invece accade nel resto del nord Africa impoverito dallo sfruttamento e dall’oppressione. Anche gli ultimi immigrati arrivati dal nord Africa non sono poi così bisognosi, te lo posso assicurare, arrivano con i jeans firmati e con le scarpe di marca e sbarcano a Lampedusa quasi come turisti. Sono affascinati dalla televisione italiana e non sanno quanta crisi di lavoro c’è qui in Italia, con tante fabbriche che anche al nord chiudono i battenti per trasferirsi in Svizzera o addirittura in Cina”.

A proposito di Cina … il gigante Asiatico ha tanti legami e accordi commerciali per le estrazioni petrolifere in tutto il continente nero.

“Sì, perchè hanno utilizzato il buon senso dello scambio commerciale. Se l’Europa e il mondo occidentale non si muove subito e non farà altettanto, perderà definitivamente il suo legame e il suo rapporto con l’Africa, il continente che conserva il 70% delle risorse minerarie del pianeta”.

Ma torniamo all’immigrazione: l’Europa cerca una soluzione condivisa. Quale potrebbe essere?

“In Italia il governo lamenta spesso della presenza di troppi clandestini ma allo stesso tempo fa le sanatorie ed emana decreti per la regolarizzazione che riempino le tasche non solo dell’erario, ma anche di persone senza scrupoli che sfruttano gli immigrati facendogli falsi contratti di lavoro. Se l’immigrazione fosse davvero un problema, allora il governo potrebbe chiudere per 5 anni completamente le porte del paese ai clandestini attivando programmi di integrazione e istruzone obbligatoria per tutti gli immigrati già presenti, che dovrebbero andare presso i Centri di Istruzione Permanente e senza l’intervento delle associazioni, che in alcuni casi sono fatte da persone attente e nobilmente impegnate a ricevere denaro pubblico da spendere a favore della collettività, ma spesso sono invece fatte da gente senza scrupoli che vuole approfittarne”.

Un altro problema che ci riguarda da vicino è quello dei prezzi di petrolio e gas. Benzina ed elettricità rischiano di schizzare alle stelle, a maggior ragione se Usa e Ue dichiareranno guerra alla Libia.

“Penso che il petrolio avrà un aumento lieve e non così forte o raddoppiato come dicono in Inghilterra, perchè c’è la produzione dell’Arabia Saudita che manterrà il prezzo comunqnue su livelli sopportabili anche se la Libia dovesse chiudere tutti i rubinetti. Idem per quanto riguarda il gas, non penso che questo sia un vero problema. Sono più rischiose le speculazioni, che in parte si sono già verificate anche in Italia”.

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Ezzat Hassan, docente egiziano di Lingua Araba a Reggio Calabria
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