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Dopo l’OK allo ‘scudo’ avanti con riforma giustizia

Posted by Peppe Caridi su 14, gennaio, 2011

giustizia.jpgdi Giovanni Alvaro La serenità mostrata da Berlusconi prima della pronuncia della Corte Costituzionale (“governo stabile qualunque sia l’esito della pronuncia sul legittimo impedimento”) si è dimostrata giusta a pronunciamento avvenuto da parte della Consulta (“un compromesso accettabile”). Un pronunciamento che considera costituzionale le tutela del Premier, anche se è stato accompagnato da qualche sforbiciata che non distrugge però l’impianto della legge varata dal Parlamento. Certamente non era quello che si aspettavano quanti vivono sperando che a liquidare l’uomo nero sia la magistratura (che lo tenta da ben 16 anni e continua ancora oggi), dato che gli elettori non sono affatto disponibili a farlo per affidare le sorti del Paese a novelli apprendisti stregoni. L’interprete dello scoramento della ‘sinistra’, come sempre, è stata la Finocchiaro che si è subito lanciata a dichiarare che ‘l’impianto della legge sul legittimo impedimento è letteralmente saltato’. Come sempre, anche stavolta, i nostri ‘eroi’ si accontentano dell’apparire e mai dell’essere.

L’apparire presenta alcune bocciature, ma l’essere tiene in piedi la tutela del premier dall’assalto dei pm politicizzati. E ciò rimane verissimo anche se a prima vista sembrava fossero stati capovolti i ruoli arrivando a dire, come ha fatto il Ministro Bondi, che “oggi la Consulta ha stabilito la superiorità dell’ordine giudiziario rispetto a quello democratico, rimettendo nelle mani di un magistrato la decisione ultima in merito all’esercizio della responsabilità politica e istituzionale. Siamo di fronte al rovesciamento dei cardini non solo della nostra Costituzione, ma dei principi fondamentali di ogni ordine democratico”.

No, non è così. Il giudice può verificare se il legittimo impedimento, che impedisce la presenza del Premier ad una udienza, sia reale o meno, in quanto la Consulta ha decretato che la certificazione di Palazzo Chigi non può essere considerata automatica. Ma lo stesso giudice non può considerare ‘illegittimo’ l’impedimento, perché qualora lo facesse provocherebbe un conflitto di attribuzione di fronte alla Corte Costituzionale. Un giudice, in sostanza, non può, a prescindere, decidere che l’interesse da salvaguardare è principalmente quello processuale, negando la salvaguardia degli impegni istituzionali del Presidente del Consiglio che la pronuncia della Corte ha sancito come costituzionalmente legittimi.

Come si vede, una vera e propria ‘vittoria di Pirro’ da parte di quei magistrati distintisi, in questi anni, per il troppo zelo anti Cav., per il loro convincimento di onnipotenza e per la loro presunta ‘missione’. Una ‘concessione’ che serve solo a salvare la faccia. Rimane comunque, in tutta la sua gravità, quello che Berlusconi aveva, senza giri di parole, detto alla Cancelliera tedesca, Angela Merkel, che la “patologia per la democrazia italiana è la presenza di un ordine giudiziario che si è trasformato in potere giudiziario esorbitando dal suo alveo costituzionale”.

L’esplicitazione così netta del pensiero del premier significa che, finalmente, e senza frenatori alla Fini, è matura la scelta di affrontare, in Parlamento, assieme ad altre emergenze, anche il problema della riforma della giustizia, partendo dalla separazione netta delle carriere e dei ruoli per liquidare quello che, in Italia, è una vera e propria anomalia: la ‘coabitazione’ di Giudici ed accusatori sotto lo stesso tetto. E’ tempo di realizzare veramente la ‘terziarità’ del Giudice e di mettere sullo stesso piano l’avvocato della difesa e l’avvocato dell’accusa.

Senza detta separazione, da realizzare con tutte le garanzie di indipendenza necessarie, paravento dietro cui si nascondono i nemici della riforma, è illusorio poter riportare nel recinto costituzionale un ordine che pretende di diventare potere, addirittura potere assoluto, se è vero come è vero, che in questi anni sostanzialmente, ha svolto ruoli di supplenza ed ha teso a risolvere i problemi dello scontro politico entrando in campo sempre a gamba tesa.

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