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Solo col Cav. al governo l’Italia può scongiurare la crisi, parola di Financial Times

Posted by Peppe Caridi su 12, gennaio, 2011

di Francesco Fortehttp://www.loccidentale.it/ – Siamo fuori oppure no dalla crisi? E’ finita o no la recessione? Le due questioni non sono identiche, perché la parola “crisi “ può riferirsi saia alle crisi finanziarie delle banche e dei governi, sia alle crisi economiche, mentre la parola “recessione” si riferisce ai cicli economici. Questi consistono nella riduzione del Pil, per almeno un semestre. E la recessione che è iniziata alla fine del 2008, con un epicentro negli Usa e una diffusione in tutte le economie industrializzate, a cui poi si è aggiunta, con fattori autonomi, da natura analoga, la recessione nell’Unione europea, ha avuto una durata di ben più di sei mesi ed è stata la peggiore che si conosca, da quella del 1929 in poi.

La causa di tale recessione fu, in effetti, una crisi creditizia, di natura ben precisa e nuova, rispetto a quelle precedenti. Infatti, è esplosa una bolla speculativa del credito al consumo, nel settore immobiliare e delle carte di credito, dovuta alla sua espansione anomala in un gruppo ben definito di stati: gli Usa, il Regno Unito, l’Irlanda, la Spagna che ha generato l’insolvenza di grandi banche negli Usa, nel Regno Unito, in Irlanda, in Islanda, in Belgio e Olanda e del sistema delle Casse di risparmio in Spagna. La crisi è stata affrontata in modo diverso negli Usa, in Spagna e nel Regno Unito da un lato e in Germania, Francia, Austria, Belgio e Olanda dall’altro. Nel primo gruppo di paesi, sotto la spinta del Fondo Monetario Internazionale, che, paradossalmente, è diventato keynesiano, si sono adottate politiche di deficit di bilancio, assieme a massicci interventi di salvataggio delle banche colpite dalla crisi. Nell’euro zona, con l’eccezione della Spagna, si sono adottati interventi limitati e mirati di sostegno a singoli settori e di ammortizzatori sociali e si è cercato di contenere i deficit di bilancio. Con la sostituzione dei conservatori ai laburisti nel Regno Unito, anche Londra ha adottato questa linea, dalla seconda metà del 2010 in poi.

E mentre negli Stati Uniti la recessione non è ancora finita, in Europa essa sta svanendo, perché, dalla seconda metà del 2010, non solo l’andamento dell’economia reale ha smesso di essere discendente, cosa che già da tempo era avvenuta, ma ha invertito con decisione la rotta e ora il trend è chiaramente ascendente, anche se non tutta la riduzione di Pil precedente è stata riassorbita. L’economia europea ha chiuso il 2010 con un tasso di crescita medio dello 1,5 per cento, al netto di alcuni stati in crisi, fra i quali la Spagna, oltreché la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo. E le previsioni attuali, diffuse dall’Ocse sono di prosecuzione di tale crescita.

Le medie però nascondono, al loro interno, dinamiche di crescita diverse, che dipendono dalla diversa struttura degli stati dell’eurozona. La Germania guida la crescita perché ha una economia più competitiva, che riesce a esportare di più, di altre dell’eurozona. La ripresa italiana è di poco superiore all’1 per cento, perché le nostre esportazioni vanno bene, ma non come le tedesche, il carico fiscale sulle imprese è più alto di quello tedesco, i contratti di lavoro decentrati aziendali non hanno la stessa rilevanza che in Germania, la burocrazia e le procedure giudiziarie generano costi aggiuntivi, i costi dell’energia e dei trasporti sono più alti che in Francia ove ci sono le centrali nucleari e l’alta velocità e l’investimento rivolto alla modernizzazione della nostra economia è in ritardo.

La recessione è finita, ma ci ritroviamo con i problemi di ritardo nella crescita dovuti al dirigismo e al consociativismo in cui è stata ingessata la nostra economia. La lotta per fare passare i contratti di lavoro decentrati, la cedolare secca sugli affitti degli immobili, l’Alta velocità Torino-Lione, la liberalizzazione dei pubblici servizi locali, sono esemplari delle ragioni e delle responsabilità della bassa crescita. Che sono, chiaramente, nel ritardo culturale della sinistra e dei suoi intellettuali, esperti, tecnici, amministratori, che hanno ancora una influenza dominante nella nostra società.

E’ sbagliato invocare la crisi per giustificare la bassa crescita, dato che la ripresa economica c’è, in tutta l’eurozona, ma con due velocità e l’Italia è nel gruppo della seconda velocità, come prima della crisi, a differenza della Germania, che prima della crisi era anche essa nella seconda velocità, ma ora, a causa della riforma del mercato del lavoro, della riduzione del peso fiscale sulle imprese e del successo della politica di sviluppo delle sue aree in ritardo dell’Est, guida il gruppo della prima velocità. E ciò vale sia per il Pil che per la riduzione della disoccupazione : con particolare riguardo a quella giovanile che, ovviamente, è la più sensibile alla variazione del tasso di crescita del Pil.
C’è, invece, nell’euro zona una crisi finanziaria, nei cosidetti Pigs, ossia Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna che apparentemente è dovuta al loro debito pubblico, ma in realtà (Grecia a parte) è soprattutto dovuta all’intreccio fra crisi bancarie non risolte e il debito pubblico, che è stato emesso o potrebbe essere emesso per aiutare le banche. Il deficit strutturale del commercio estero di questi paesi è stato finanziato con gli investimenti esteri, che, nel periodo del boom, affluivano copiosi ai loro mercati immobiliari e questi paesi ora hanno bisogno della sottoscrizione del loro debito pubblico da parte di soggetti esteri, per tappare i buchi delle loro bilance dei pagamenti.

Il Fondo europeo di stabilità, composto con gli apporti degli stati dell’euro zona, che è intervenuto per l’Irlanda assieme al Fondo Monetario Internazionale (per la Grecia l’intervento è stato fatto a parte, in precedenza dagli stati dell’ eurozona e dal Fondo Monetario con altri mezzi ) in linea di principio basta per il sostegno di Portogallo e Spagna, Ma questi stati non intendono farvi ricorso se non nel caso in cui non riescano a fronteggiare i problemi con le proprie forze, date le condizioni sgradevoli che si collegano gli interventi internazionali. Ci saranno quindi turbolenze sui mercati europei del debito pubblico, ma gli operatori finanziari di stati come la Cina, che hanno surplus di dollari e vogliono diversificare i propri portafogli stanno acquistando titoli pubblici dei Pigs, perché ai tassi di interesse attuali appaiono convenienti e sanno che l’eurozona, nel complesso, è in crescita, ha una bilancia dei pagamenti in tendenziale pareggio, ha un sistema bancario robusto (al di fuori dei Pigs) ed è solvibile.

Dunque, non ci sono “nuovi mostri” per l’Europa nel complesso. Resta la questione specifica dell’Italia, che (Grecia a parte) è lo stato con il più alto rapporto debito/Pil dell’eurozona. Corriamo un rischio debito? La risposta si trova in un articolo del Financial Times di lunedì, in cui Walter Munchau esamina la situazione del Belgio, il cui rapporti debito/Pil ha superato il 100% a causa degli interventi statali per le banche in crisi che si sono aggiunti all’aumento del debito dovuto alla caduta del Pil. Il problema non sarebbe grave, perché la crisi bancaria sembra risolta e l’economia belga si è risollevata dalla crisi economica, ma c’è una crisi politica, dovuta alla spaccatura della nazione fra valloni e fiamminghi e alla mancanza di un leader che possa dare certezza, guidando il paese. Gli analisti finanziari così non sanno che cosa accadrà al Belgio e esitano a sottoscriverne il debito pubblico. Munchau, dopo avere sottolineato che la mancanza di certezza politica può minare la fiducia nel debito pubblico di uno stato, volge la sua attenzione all’Italia ed argomenta che qualcosa di simile potrebbe accadere all’Italia se venisse meno la leadership di Berlusconi, data la divisione delle forze politiche.

Il Financial Times non è certo simpatizzante per Berlusconi. Se ne arguisce che c’è solo un nuovo mostro, che ci può preoccupare con riguardo al nostro debito pubblico, ossia una prosecuzione della legislatura senza la leadership di Berlusconi o una fine anticipata della legislatura senza la prospettiva di una vittoria di una coalizione guidata da Berlusconi. La continuità della sua leadership è essenziale per consentirci la crescita anziché una crisi finanziaria che non ci meritiamo. E questa riflessione, che si desume dall’analisi fatta da un quotidiano non sospettabile di parzialità a favore di Berlusconi, serve a porre ciascun gruppo politico di fronte alle effettive conseguenze delle sue scelte e alle sue responsabilità.

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