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Leo Pangallo: «il Pd calabrese è un malato terminale, nessun progetto di rinnovamento. Che errore attaccare Scopelliti quando realizzava opere positive!»

Posted by Peppe Caridi su 21, settembre, 2010

https://i2.wp.com/www.meteoweb.it/images/pdpdpd.jpgdi Tonio Licordari –  http://www.gazzettadelsud.it/ – Deluso dalla sinistra, in particolare dal suo partito, il Pd, l’ing. Leo Pangallo decide di abbandonare per adesso la scena politica, passando da possibile protagonista a distaccato osservatore. E intanto in questa intervista a “Gazzetta del Sud” spiega le ragioni del suo disimpegno. Già comunista e poi diessino, l’ingegnere-manager è stato per 20 anni consigliere comunale di opposizione e successivamente ha assunto il ruolo di direttore generale dell’Ama (poi Atam) ai tempi di Falcomatà sindaco e di recente dell’Azienda ospedaliera Bianchi-Melacrino-Morelli con Loiero governatore. Era anche uno dei papabili candidati a sindaco, ma dopo questa presa di posizione si esclude automaticamente dalla corsa ad eventuali primarie del centrosinistra.
In sintesi l’ing. Leo Pangallo, fondatore e presidente del circolo politico Nuova Polis, considera in coma irreversibile il Pd calabrese che non è riuscito a rinnovarsi e a proporre un progetto politico funzionale e moderno per rispondere ad un centrodestra che alla Regione ha saputo proporre due quarantenni come Scopelliti e Talarico. Anche a livello reggino, a suo giudizio, il centrosinistra ha sbagliato tutto contrastando l’azione di Scopelliti sindaco anche quando realizzava iniziative che la cittadinanza gradiva e soprattutto quando proseguiva l’opera di Italo Falcomatà. Parla anche della sanità e dell’esigenza di tagliare o riconvertire gli ospedali, dando vita ad una riforma radicale ed efficace. In pratica quello che sta tentando di fare Scopellliti e che il centrosinistra, magari anche condizionato dai localismi, non è stato in grado di realizzare. Via con le domande.
– Da dove cominciamo? Un primo giudizio sul Pd calabrese.
«Mi appare come un malato terminale: è diventato un partito inutile ed il compito di rifondare in Calabria una forza di ispirazione democratica dovrà essere affidato ad una nuova generazione, priva di ogni rapporto con gli attuali protagonisti».
– Che cosa le ispira tanto pessimismo? Come mai il Pd sarebbe caduto così in basso?
«Perché non è più una espressione dei bisogni della società; sono prevalsi i vizi del sistema di potere. Del resto in questi anni il Pd è vissuto solo ed elusivamente in funzione delle scadenze che hanno interessato le istituzioni o le scelte elettorali. Lo stesso processo di costruzione del partito è avvenuto attraverso l’adesione correntizia in un modo talmente esasperato che è difficile stare in una posizione di autonomia politica ed intellettuale».
– Quali sono stati a suo giudizio gli errori fondamentali?
«Non c’è stato alcun tentativo serio di elaborazione programmatica ad eccezione di astratte costruzioni buone ad allontanare la gente ed il partito dai problemi contemporanei. Nessun tentativo di leggere le trasformazioni della società, dell’economia e del potere; anzi la totale subalternità alle regole di una pratica inclusiva all’interno di un sistema clientelare».
– Lei ha avuto parte attiva prima dell’ultimo congresso a sostegno della mozione Franceschini.
«Infatti mi ero illuso sulla possibilità che la costruzione del Pd fosse legata ad un chiaro progetto programmatico e di rinnovamento e costituisse un momento di impegno ideale e culturale. Nulla di tutto questo. Anzi è avvenuto esattamente il contrario. In queste condizioni c’è poco da condividere con il Partito Democratico della Calabria. Non mi è stato facile arrivare a questa conclusione e non mi esalta doverlo dire. Ma sento di doverlo fare per rispetto alla lunga militanza politica».
– Esiste un collegamento tra la crisi del Pd e la passata gestione da parte del centrosinistra alla Regione?
«La ringrazio della domanda perché mi consente di osservare che la politica attuale sconta proprio i limiti della recente esperienza di governo regionale: continuismo con il passato, timidi tentativi di riforma bloccati sul nascere ed infine la ricerca del consenso sulla base della costruzione, cosa teorizzata e praticata, di un ramificato sistema di potere. In questo contesto era facile prevedere la vittoria del centrodestra».
– Alla resa dei conti non è stata solo una sconfitta ma una disfatta.
«Infatti la sconfitta è andata oltre il prevedibile: Scopelliti e Talarico, due quarantenni, hanno umiliato il centrosinistra anche su un terreno essenziale come quello del ringiovanimento del ceto politico. Nella sconfitta del centrosinistra è stato prevalente il rifiuto verso un ceto politico che si ripropone da decenni logorato nella credibilità e privo di futuro».
– Dalla situazione calabrese a quella reggina. C’è differenza?
«Praticamente nessuna. La stessa vicenda politica reggina è parte di questo quadro. Non si batte l’avversario con la permanente demonizzazione anche quando realizza progetti promossi e coltivati dal centrosinistra. Mi ricordo con amarezza quando consigliai, inascoltato, di non assumere posizioni ostili verso l’isola pedonale, l’apertura dei lidi sul Lungomare e l’organizzazione della prima Notte Bianca. Al centrosinistra reggino è mancata capacità propositiva, la rivendicazione di autonomia programmatica e l’autorevolezza del confronto politico».
– È stato un manager che ha operato nella sanità, la madre di tutte le emergenze calabresi, quale dg dell’Azienda ospedaliera reggina. Scopelliti sta procedendo dritto, soprattutto tagliando i rami secchi, sfidando pure le contestazioni. È questa la strada giusta?
«Sono abbastanza lontano dalla sanità e dai problemi della gestione. Per me è un capitolo che ho chiuso. Se tuttavia posso esprimere una valutazione, vedo un ceto politico incapace di misurarsi con la drammaticità della situazione. Ognuno dovrebbe ragionare come potenziale paziente. La riforma della rete ospedaliera serve come il pane per un rilancio della sanità calabrese: è indispensabile ridurre gli ospedali, chiudere alcuni e riconvertire altri, per potere garantire investimenti in qualità nelle strutture che hanno potenzialità nelle risorse umane e nelle tecnologie oltre che per realizzare i tre nuovi ospedali. Questa politica valeva ieri e vale oggi».
– In Calabria chi sta all’opposizione spesso cavalca la tigre di certe contestazioni che sanno di campanile.
«Strumentalizzare i localismi, come ha fatto ieri il centrodestra e come purtroppo sta facendo oggi il centrosinistra a partire dalla Sibaritide (vedi caso Cariati ndr), è una furbizia politica e una forma di demagogia che non pagherà in termini di consenso come il tempo si incaricherà di dimostrare. È come sempre un problema di cultura di governo: o c’è – e ci deve essere a prescindere dalla collocazione politica – o non c’è».
– Fa bene, quindi, Scopelliti a proseguire lungo la strada della riforma che richiede anche sacrifici nel settore sanitario…
«Il piano di rientro è una oggettiva necessità. Anzi, se posso dare un consiglio, la Giunta regionale dovrebbe attuare due misure drastiche di riforma: la separazione della gestione degli ospedali dal territorio con la creazione dell’Azienda ospedaliera provinciale ed il finanziamento delle strutture sulla base della produttività e della appropriatezza delle prestazioni. In questo modo la riforma la farebbero i cittadini decidendo dove ricoverarsi».
– Ultima domanda “fuori sacco”. Dispiacerà al suo amico Marco Minniti questo suo disimpegno dal Pd?
«Sono e resto amico di Marco. Con lui ed altri ho condiviso tante esperienze e battaglie politiche, compreso l’ultimo impegno congressuale. Questo non mi impedisce di notare come lo scenario complessivo anche a livello nazionale sia abbastanza confuso. Lo stesso Veltroni, a mio parere, ha commesso due errori non piccoli: l’alleanza con Di Pietro, invece di un’attenzione all’area e alla cultura socialista e le dimissioni dopo le elezioni nazionali. Questo indebolisce la sua azione. E, comunque, io non sono appassionato a nuovi impegni politici. Anzi ci tengo a sottolineare come l’appartenenza politica non sia un valore in sé. Conta la qualità delle persone».

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