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Emergenze ambientali: la politica ha il dovere della prevenzione

Posted by Peppe Caridi su 11, settembre, 2010

https://i2.wp.com/www.meteoweb.it/cgi/uploads/sezioni/6634/foto/4.jpgdi Peppe Caridi – Frane, smottamenti, alluvioni, terremoti, tsunami, eruzioni e chi più ne ha più ne metta: il territorio dell’Italia meridionale è a rischio per moltissime emergenze ambientali.
Soprattutto in due Regioni molto simili come Calabria e Campania, accomunate da problemi ed emergenze che hanno origine nella natura storica del territorio tipicamente Mediterraneo, con montagne che cadono a picco sul mare, molti vulcani pericolosi e quindi con un ambiente minaccioso, a maggior ragione nel terzo millennio, con una situazione aggravata dai cambiamenti climatici che stanno provocando un’estremizzazione dei fenomeni naturali, e dall’antropizzazione e urbanizzazione del territorio, spesso selvaggia proprio in queste Regioni in cui manca a livello popolare una coscienza civica e una mentalità di prevenzione e legalità assoluta.

Ieri è stato l’anniversario dell’alluvione di Soverato: sono passati 10 anni, ma nulla è cambiato e lo dimostrano gli episodi della scorsa stagione (Maierato in primis, ma anche le tantissime frane specie nel Cosentino) o anche quelli di questo primissimo scorcio d’autunno, con l’alluvione di Reggio (per fortuna con effetti meno pesanti). Ieri è anche stato il giorno dell’alluvione di Atrani, un episodio anche qui eccezionale ma enfatizzato anche qui dal mancato rispetto nei confronti della natura da parte di chi, proprio ad Atrani, ha costruito una strada sul torrente Dragone. E Atrani è in provincia di Salerno, come Sarno che ancora ha in mente quei tragici momenti del 5 maggio 1998. Da quell’evento sono passati più di 12 anni, ma nulla è ancora cambiato. Sia in Calabria che in Campania, il 100% dei comuni è ancora adesso a rischio dissesto idrogeologico. Si tratta di bombe ad orologeria pronte ad esplodere al primo violento episodio calamitoso, cui il clima sempre più estremo, con piogge sempre più intense e frequenti negli ultimi anni, ci sta abituando.

Poche settimane fa, il terremoto di Lipari con le conseguenti frane dai costoni di alcune isole verso il mar Tirreno, ha riportato l’attenzione anche sul rischio sismico. Per non parlare di quello vulcanico soprattutto a Ischia e sul Vesuvio. Neanche L’Aquila è servita per spronare le coscienze nei confronti della prevenzione sismica, nonostante le celebrazioni per il centenario del terremoto del 1908 a Reggio e Messina: purtroppo non possiamo dire di essere ai livelli del Cile, dove pochi mesi fa un violentissimo terremoto (uno dei più forti della storia del pianeta Terra) di oltre 9 gradi della scala richter ha fatto praticamente il solletico alla popolazione.
I terremoti, che non si possono assolutamente prevedere, si possono prevenire costrendo a norma e in modo rispettoso delle leggi della natura: è quello che hanno fatto in Cile o che fanno in Giappone, dove terremoti molti violenti provocano pochissimi danni. E’ ciò che, invece, non viene fatto in Italia.

Ma perchè? Quante altre L’Aquila dovremo avere prima di imparare a comportarci nel modo giusto? Quante Soverato, Sarno, Atrani e Giampilieri?

Il problema delle emergenze ambientali si pone per forza di cose al primo punto dell’agenda politica degli Amministratori locali: proprio in Calabria e Campania ci sono due Giunte Regionali nuove e giovani, che hanno stravinto le elezioni all’insegna del cambiamento e della rottura rispetto ai precedenti schemi di potere che, non solo negli ultimissimi anni ma per molte legislature (quindi a prescindere da destra e sinistra), gestivano la politica senza minimamente interessarsi alle tematiche ambientali, senza fronteggiare il dissesto idrogeologico o investire nella ricerca e nella prevenzione.

Adesso i nuovi Amministratori alle prese col clima e con l’ambiente che cambiano hanno innanzitutto il dovere di occuparsi seramente della problematica, ma anche «una grandissima occasione, quella di far diventare queste Regioni delle eccellenze mondiali in questo settore», come ci ha confidato Franco Ortolani, Ordinario di Geologia e Direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio dell’Università Federico II di Napoli. Abbiamo intervistato proprio Ortolani, che con un team di studio e intervento s’è occupato e si sta ancora occupando a Messina della situazione di Giampilieri e Scaletta Zanclea sull’attuale situazione in Calabria e Campania, alla luce degli eventi calamitosi degli ultimi giorni. Lo sta facendo in modo egregio, tanto da essere un punto di riferimento per i cittadini, e soprattutto in modo assolutamente disinteressato, com’è da suo stile e da suo costume, solo per il bene della gente e del territorio oltre che per una passione personale per questo tipo di tematiche delicate e legate all’ambiente e alla natura. Ortolani inoltre conosce già molto bene il territorio Calabrese, perchè collabora da tempo con l’Associazione ONLUS http://www.meteoweb.it che si occupa di meteorologia e ambiente sul territorio.

Caro professore, il suo dipartimento e la sua facoltà sono riconosciute come una grande eccellenza della ricerca ambientale e climatica in Italia. Ci può dire, innanzitutto, che sta succedendo a livello naturale?

«Le ricerche geoambientali avanzate eseguite presso la nostra l’Università hanno evidenziato che un riscaldamento globale simile a quello attuale si è verificato naturalmente, e quindi indipendentemente dalle emissioni antropogeniche che possono incrementare l’Effetto Serra, ogni 1000 anni determinando una serie di cambiamenti ambientali sulla superficie terrestre dell’Area Mediterranea e di tutto il globo. Si tratta, quindi, di cicli naturali dei cambiamenti del clima. La variazione climatica nelle ultime decine di anni ha già determinato significative modificazioni dei versanti appenninici argillosi quali, ad esempio, l’incremento dello spessore del suolo e la conseguente diminuzione del ruscellamento idrico superficiale e della ricarica dei bacini artificiali e, nelle fasce costiere, l’ingressione sotterranea dell’acqua salata. Nelle ultime decine di anni si è andata accentuando la distruzione delle più famose e belle spiagge, veri monumenti ambientali naturali di rilevanza mediterranea. In relazione alle variazioni climatiche del passato, si prevede che l’erosione delle spiagge durerà ancora almeno 100 – 150 anni. La portata delle sorgenti strategiche che alimentano gli usi idropotabili è andata progressivamente riducendosi; anche i deflussi minimi vitali dei corsi d’acqua appenninici stanno subendo drastiche e preoccupanti riduzioni. L’accentuazione del cambiamento climatico-ambientale, nel prossimo futuro e secondo la naturale ciclicità millenaria, è inevitabile. La novità, rispetto alle fasi climatiche simili del passato, è rappresentata dall’inquinamento atmosferico antropogenico che può influenzare i fenomeni naturali».

Monitorare questi dati meteo/climatici e geologici in modo costante potrebbe essere utile per prevenire le situazioni di emergenza?

«Le ricerche geoambientali recenti e più avanzate effettuate nell’Area Mediterranea e quelle di fisica solare e fisica dell’atmosfera a livello internazionale, oltre a quelle degli studiosi facenti capo all’IPCC, mettono in evidenza che vi sono relazioni tra l’evoluzione dell’attività solare, dell’inquinamento atmosferico antropogenico, del clima e dell’ambiente ed in particolare delle risorse naturali (acqua, suolo, vegetazione) che caratterizzano la parte superficiale della superficie terrestre. Allo stato attuale non esiste alcuna struttura che tenga sotto stretta osservazione queste strategiche variabili, specialmente nelle aree che in passato hanno subito significative modificazioni».

E cosa si potrebbe fare affinchè ciò avvenga?

«E’ necessario un “Osservatorio ambientale” che effettui un monitoraggio delle modificazioni ambientali che avverranno nel prossimo futuro svolgendo attività scientifiche multidisciplinari con contributi internazionali nell’eccezionale Laboratorio Mediterraneo in modo da individuare interventi idonei a ridurre gli impatti ambientali connessi alla variazione climatica. Nell’ambito dell’Osservatorio Ambientale va attivato un progetto di ricerca strategico multidisciplinare per lo studio degli “Archivi naturali integrati del Mediterraneo” al fine di ricostruire una dettagliata storia del clima, dell’ambiente e dell’uomo nelle ultime migliaia di anni. I risultati delle ricerche metteranno a disposizione dati circa gli effetti ambientali connessi a periodi climatici caratterizzati da condizioni ambientali simili a quelle previste ne prossimo futuro. In tal modo sarà possibile elaborare scenari ambientali credibili circa le progressive modificazioni attese e individuare le più idonee azioni da avviare per contenere gli impatti ambientali negativi che si verificheranno con il progredire del cambiamento climatico».

Ma poi quest’Osservatorio come farebbe a interagire con il territorio, gli enti, le istituzioni, le autorità e anche i cittadini, per applicare la prevenzione? Non rischia di rimanere un polo d’eccellenza accademica e teorica?

«No, perchè dev’essere pensato proprio per interventi concreti. L’Osservatorio, mediante ricerche dirette ed elaborazione dei dati ricavati da Enti ed Istituzioni varie, dovrebbe effettuare costantemente monitoraggi sul clima (precipitazioni piovose e nevose, temperature, venti), sullo stato attuale dei suoli e attività pedogenetica, erosione superficiale e dinamica dei versanti e dei litorali, sulle acque superficiali e sotterranee, su fauna e flora e anche sulle produzioni agricole. Nell’Osservatorio confluiranno i dati relativi alla variabilità solare, all’inquinamento atmosferico antropogenico, e al clima rilevati a scala globale ed europea. Sarà così possibile effettuare correlazioni tra le progressive modificazioni fisiche rilevate nel Mezzogiorno d’Italia e i cambiamenti globali. L’Osservatorio Ambientale può svolgere un’attività strategica di ricerca ed elaborazione di dati indispensabili per comprendere e prevedere le modificazioni fisiche che interessano e interesseranno in modo più significativo il territorio naturale, urbanizzato ed antropizzato, in relazione alla latitudine e alle caratteristiche geologiche, morfologiche e geografiche».

Quest’idea, che a quanto pare è una vera e propria esigenza, è già al vaglio degli amministratori regionali?

«Si deve riconoscere che gli amministratori regionali finora non hanno avuto la stoffa per affrontare adeguatamente tali problemi. Si è fatto finta di niente; si è fatto ricorso alla scienza ambientale “classica” e alle progettazioni ingegneristiche “classiche” anche per interventi da realizzare in ambienti fisici in via di cambiamento rapido. Ovviamente i risultati non sono stati duraturi, come ad esempio lungo le spiagge interessate da progressiva ed irreversibile erosione. Un consiglio si può dare ai nuovi amministratori regionali: si deve attivare al più presto un “Osservatorio Ambientale multidisciplinare per il monitoraggio delle modificazioni ambientali e per l’individuazione di interventi tesi a mitigare gli impatti previsti nel prossimo futuro nel Mezzogiorno d’Italia e nell’Area Mediterranea in relazione all’accentuazione del cambiamento climatico”».

https://i2.wp.com/www.meteoweb.it/cgi/uploads/sezioni/6634/foto_appr2/3.jpgQuali sono gli interventi prioritari?

«La valutazione e tutela delle risorse idriche profonde strategiche: circa 630 milioni di mc/anno, la captazione e utilizzazione delle acque dolci erogate da sorgenti sottomarine (circa 15 mc/sec), il Risparmio idrico con la completa depurazione e riutilizzazione irrigua di circa 750 milioni di mc/anno, la ricostruzione delle reti acquedottistiche fatiscenti in particolar modo nelle aree urbane, la valorizzazione delle microrisorse idriche (per uso idropotabile diffuso, irriguo, antiincendio ecc.), il rimpinguamento artificiale delle grandi falde, l’individuazione di aree in cui realizzare Bacini di accumulo idrico, la rivitalizzazione dei fiumi mediante la realizzazione di laghi artificiali nelle zone montane dei corsi fluviali per accumulare l’acqua di ruscellamento invernale da reimmettere in alveo nel periodo non piovoso durante il quale nel corso d’acqua scorrono solo acque di scarico inquinate, l’eliminazione degli scarichi inquinanti in falda nelle pianure e negli acquiferi carbonatici».

Quindi il problema potrebbe essere risolto?

«Sono convinto che occorra una adeguata azione di governo del complesso sistema “acqua” perchè le condizioni ambientali attuali non sono mai state conosciute dall’uomo moderno; condizioni simili sono state vissute circa 1000 anni fa e gli impatti sull’economia locale è stato devastante. Le regole oggi esistenti elaborate ed emanate dai governi sono inadeguate per affrontare la nuova situazione; è evidente che per i prossimi anni si profilano due scenari: o le regole vengono imposte dalle modificazioni ambientali già avvenute e quindi in situazioni di emergenza; o le regole anticipano le modificazioni ambientali e consentono così di preparare il territorio per superare le nuove condizioni climatiche ed evitare e limitare al massimo le dannose situazioni di emergenza (“stato di crisi”). Vorrei anche sottolineare che un’adeguata ricerca finalizzata e multidisciplinare consentirebbe in breve tempo di individuare e quantificare le risorse idriche strategiche sotterranee della nostra Regione, ancora non conosciute completamente».

Per quanto riguarda il dissesto idrogeologico, le ha di recente pubblicato un editoriale parlando di fenomeni ’meteo-killer’ che avrebbero colpito ancora. E infatti hanno colpito ancora, ma quello di Atrani non è certo l’ultimo evento simile …

«Nelle ultime decine di anni si sono verificati eventi piovosi molto intensi (da circa 100 ad oltre 300 mm) della durata di alcune ore, localizzati in aree di dimensioni variabili da circa 50 a circa 70-80 chilometri quadrati (vale a dire variabili da circa 7X7 a circa 9X9 chilometri). Considerando che l’attuale periodo è caratterizzato da un territorio molto antropizzato e urbanizzato dove le aree urbane (piccole e grandi) hanno una estensione areale mai raggiunta prima con la massima concentrazione di abitanti, di attività economiche e produttive, di beni culturali in aree ristrette, gli eventi si sono rivelati catastrofici causando centinaia di vittime e danni notevoli alle infrastrutture e alle abitazioni.»

Come funzionano questi meccanismi? Si tratta di eventi molto simili anche all’alluvione-lampo di Reggio della scorsa settmana?

«A Reggio siete stati molto fortunati. Ha piovuto più e più intensamente rispetto ad Atrani. Ha piovuto più e più intensamente rispetto a Sarno. Ha piovuto meno, ma con la stessa intenstà di Giampilieri. I cumulonembi temporaleschi possono provocare precipitazioni di 100 mm all’ora solo in un’area di alcune decine di chilometri quadrati, e da quello che so a Reggio è avvenuto nella periferia nord della Città. Quando il cumulonembo incontra un ostacolo come un rilievo montuoso può fermarsi; se la sua alimentazione persiste, può accadere che in poche ore la superficie del suolo venga inondata da alcune centinaia di millimetri di pioggia. Questo fenomeno si è verificato il 1° ottobre scorso nel messinese, nell’aprile 2006 e il 10 novembre 2009 ad Ischia, tra il 5 e 6 maggio 1998 nel sarnese, il 19 giugno 1996 nella Garfagnana, tra il 24 e 25 ottobre 1954 nel salernitano. Le vittime sono state diverse centinaia».

Gli esperti del Cnr hanno parlato di ’alluvione-lampo’ anche per l’episodio di Atrani. Ma come mai la ricerca è così indietro su questi fenomeni così violenti e pericolosi? Lei ha fatto studi approfonditi che può certamente dirci qualcosa di più.

«I periodi preferiti da questi meteo-serial-killers sembrano essere i mesi primaverili e quelli autunnali; le condizioni geografiche e morfologiche sono agevolmente individuabili e i dati storici disponibili attendono solo di essere analizzati ed elaborati. E quest’anno settembre è appena iniziato, in modo già violento: per i prossimi mesi dobbiamo aspettarci altri fenomeni del genere, anche se nessuno può sapere dove andranno a colpire di preciso. In questo ci aiutano molto le previsioni del tempo. Intanto, ancora indifesi, i cittadini possono solo attendere sperando che non colpirà la loro zona».

E’ mai possibile che all’inizio del terzo millennio non si possa fare niente per la prevenzione?

«Dopo il disastro del messinese evidenziammo che con l’attuale sistema di monitoraggio delle precipitazioni non si è in grado di capire in tempo reale se un cumulonembo stia investendo una parte della superficie del suolo. Solo dopo il disastro lo sapremo; troppo tardi. Abbiamo visto che la superficie del suolo potenzialmente interessata da alcune centinaia di mm di pioggia in alcune ore è di pochissime decine di chilometri quadrati; all’eterno la pioggia ha valori nettamente inferiori. Ad esempio l’area devastata il 1 ottobre nel messinese è di circa 7X7 chilometri. Nessun pluviometro era installato in tale area dove si verificarono centinaia di colate di fango che causarono circa 40 vittime in alcune ore (prevalentemente tra le 20,00 e le 23,00). Alcuni dati significativi evidenziano che l’intensità della pioggia del cumulonembo è nettamente superiore a quella delle piogge “normali” e che pluviometri e moderni sensori meteo ubicati sul territorio con una maglia stretta e collegati in rete sono in grado di individuare e delimitare in tempo reale l’area investita dal meto-serial-killer. Gli effetti al suolo dipendono dalla morfologia e geologia dei versanti, dalla morfologia dei bacini idrografici ecc.. Una cosa è certa: prima che tali effetti (frane, colate di fango e colate detritiche, piene, esondazioni ecc.) inizino a manifestarsi occorrono alcune decine di minuti di “preparazione”. La prevenzione dei danni alle persone, almeno, può contare su circa 30-60 minuti di tempo, in relazione alle caratteristiche fisiche locali».

E per guadagnare tempo cosa si può fare?

«Bisogna investire in valide strumentazioni meteo: stazioni meteorologiche diffuse in modo capillare sul territorio e soprattutto radar in grado di monitorare in tempo reale la situazione. Ce li hanno in molti Paesi del mondo, anche in Europa, e sono pubblici, direttamente disponibili su internet ai cittadin che possono così rendersi conto della pericolosità di eventuali fenomeni violenti».

I radar, già. La Regione Calabria s’era impegnata a installarne tre negli scorsi anni, ha speso un sacco di soldi ma ancora di questi radar non c’è raccia.

«Ho già detto che la classe politica è stata, almeno fino ad oggi, assolutamente non all’altezza di affrontare problematiche così gravi e così serie, forse perchè i nostri Amministratori non hanno mai capito l’importanza della tutela dell’ambiente e della ricerca scientifica per poter evitare disastri come quelli più famosi. Speriamo che le nuove Amministrazioni Regionali sappiano dare in tal senso una svolta, ma devono sbrigarsi perchè servono interventi urgentissimi e non si può aspettare ancora».

E poi, una volta accertata via radar o stazioni meteo l’esistenza di un fenomeno estremo, cosa si può fare?

«Attivare dei piani di protezione dei cittadini accuratamente preparati e sperimentati in precedenza. Rapidi studi e rilievi multidisciplinari eseguiti da persone preparate che operano con competenza sui territori urbani e dotati di infrastrutture di importanza strategica nazionale, regionale e locale consentono di individuare le aree e i punti che possono essere interessati da eventi catastrofici come le colate di fango e detriti o da esondazione. Si può delimitare la parte di territorio “sicuro” e il tipo di difesa da attivare in relazione alle caratteristiche morfologiche e urbane locali. Questa nota ha lo scopo di avvertire i cittadini che si può attivare subito una difesa, almeno, della vita umana considerando che le persone potenzialmente esposte agli effetti devastanti delle frane rapide e catastrofiche sono milioni distribuiti sul territorio nazionale e che è impossibile mettere in sicurezza il territorio che è stato oggetto di diffusa e impropria, secondo le leggi della natura, occupazione».

Anche sul fronte costiero c’è molto da fare.

«Sarebbe importantissimo, oltre che a livello ambientale anche economico e sociale, provvedere a restauri geoambientali duraturi per garantire sostenibilità e longevità allo sviluppo alle spiagge. Le cifre del fatturato annuo potenziale per i 170 chilometri di spiaggia della Campania, ad esempio, si riducono a circa 170 milioni di euro come minimo e a circa 1700 milioni di euro come massimo. Con le acque marine tutte balneabili, con le spiagge adeguatamente attrezzate nel rispetto della eco sostenibilità, la Campania si può attestare su un significativo risultato da perseguire tenacemente da qui a cinque anni: assicurare un fatturato annuo di circa 2 milioni di euro per chilometro di spiaggia. Stessa cosa si può dire per la Calabria, con l’aggiunta che in Calabria ci sono molte più spiagge! Quindi parliao di cifre ancora più alte. Rendere tutti i chilometri di spiaggia deve essere un obiettivo obbligato per tutti gli amministratori. Senza pensarci sopra due volte. Le spiagge sono un patrimonio che abbiamo gratis: devono essere localmente restaurate, tutelate e rese fruibili assicurando che l’acqua marina non sia inquinata».

E per quanto riguarda terremoti, tsunami ed eruzioni vulcaniche?

«Bella domanda: è un’altra nota dolente».

Lei ne ha sempre parlato, anche con riferimento ai vulcani sommersi nel Tirreno. Magari un’altra volta realizziamo un’intervista approfondita proprio su questo, perchè è importante aprire gli occhi della gente a possibili rischi quotidiani.

«La mia disponibilità è totale, non solo a livello mediatico e giornalistico ma anche nel concreto. Sono pronto a mettere a disposizione il mio dipartimento, i miei strumenti, i miei collaboratori e tutti i nostri studi e attività nei confronti di amministratori lungimiranti che volessero proiettare Calabria, Campania o qualsiasi altra realtà provinciale, comunale e regionale in un processo di difesa del territorio finalmente adeguato».

Approfondimenti:

‘Frane e Alluvioni, i disastri degli ultimi 40 anni’. Le foto

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Una Risposta to “Emergenze ambientali: la politica ha il dovere della prevenzione”

  1. La politica ha il dovere della prevenzione… ah si? Io non capisco perchè ti devi lamentare per qualche futile disagio…sempre a puntare il dito contro qualcuno, contro un colpevole… ti si è allagata la casa? e sciuk’la cu fon!

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