LA PAGINA – Peppe Caridi Live News

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Licandro 18 anni dopo la città dolente: “Serve ancora qualcuno che sogni”

Posted by Peppe Caridi su 30, agosto, 2010

licandroagatinodi Giusva Brancahttp://www.strill.it – Ha il volto disteso e sereno e l’abbronzatura crea un gradevole stridio con il suo essere canuto, ormai avanzato. Avevamo lasciato, nella nostra immagine, Agatino Licandro oltre 18 anni fa leggermente più magro, ma sicuramente molto più tirato in volto, e questo anche ben prima della mattina del 17 luglio, quando le sirene “eccellenti” svegliarono Reggio e fecero stringere le manette ai polsi dell’ex Sindaco di Reggio Licandro (lo era stato per quasi due anni fino a qualche mese prima) ed a gran parte della sua giunta: “Venni raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare, poi tramutata in arresti domiciliari” – ricorda Licandro – “per abuso di potere con vantaggio patrimoniale e, successivamente, da altra ordinanza in carcere, per concussione in seguito a dichiarazioni di un imprenditore. La vicenda era quella relativa alle fioriere”.

Le fioriere, tonde e grigie sul corso Garibaldi di Reggio, per anni sono state il simbolo del malaffare e celavano, secondo l’accusa un sistema di mazzette a pioggia. Finì in galera con i provvedimenti richiesti dal sostituto Procuratore Pennisi e firmati dal Gip Ielasi gran parte della Giunta Licandro, all’epoca appena trentaaseienne

“Si trattava di un’accusa infondata ed infatti, poi venimmo assolti tutti” – ricorda Licandro – “ma quell’esperienza mi segnò profondamente e così chiesi subito dopo di parlare con Pennisi al quale raccontai e spiegai nei dettagli tutto il meccanismo di potere che gestiva l’intera città partendo dalle mazzette relative alla costruzione del Cedir, per la qual cosa mi assunsi le mie responsabilità e venni poi condannato, a seguito di patteggiamento, ad alcuni mesi. A seguito delle mie dichiarazioni furono numerosi gli arresti”.

Un salto della barricata improvviso, probabilmente inatteso per chi, figlio di politico, era arrivato in così poco tempo al vertice: “Veda” – sorride Agatino Licandro guardandosi le dita delle mani – “all’inizio cercai di edulcorare il profilo delle mie responsabilità personali, ma poi il mio stato di imbarazzo era tale da spingermi verso l’operazione verità a 360 gradi. In fin dei conti dentro di me lo avevo capito subito che il mio rapporto con Reggio volgeva al termine, al punto che quando mi giunse il primo ordine di custodia diedi disposizione che i miei figli, all’epoca ragazzini, che si trovavano fuori città, vi restassero. La nostra famiglia chiuse con Reggio in quel momento”.

Il meccanismo di potere della Reggio degli anni 80 – inizio 90, una melassa che attanagliava la città, almeno così venne consegnato il quadro storico al termine della vicenda giuridica per la quale pagarono solo coloro i quali decisero di patteggiare, mentre tutti gli altri, nei tornanti infiniti della giustizia italiana, si avvalsero del fattore tempo sfruttando prescrizioni, amnistie, indulti et similia: “Si, in effetti, più che di meccanismo di potere” – specifica Licandro – “si trattava di un vero e proprio sistema di potere con la politica abbracciata ai sacerdoti dell’amministrazione fin su nelle stanze dei controlli. Uno stato di cose che ipotecava l’azione amministrativa. Non se ne usciva in alcun modo.”

Non c’è aria di autoassoluzione nelle parole di Licandro, anzi lui sottolinea che “sbagliai, eccome se sbagliai. Un bel po’ di tempo prima avevo rilasciato una intervista che fece scalpore all’Espresso, non ebbi, però, il coraggio di andare oltre. Nel 1992, infatti, mi dimisi perché ero rimasto bloccato, ingessato politicamente da questo sistema.”

Le condanne penali, ove vi furono, rappresentarono, comunque poca cosa. “Si, ma credo che in taluni casi” – rimarca Licandro – “vi sia una pena ancora maggiore. Pagarono, pagammo tutti con l’uscita definitiva dalla scena politica e questo certamente consentì a chi venne dopo di operare con maggiore libertà”.

Un breve interregno di Gangemi e la sindacatura di Reale spianò la strada, nel 1993, alla prima elezione (col vecchio sistema, senza elezione diretta, ma per decisione dell’Assemblea) di Italo Falcomatà: “Sono assolutamente certo” – sottolinea Licandro – “che senza l’aver spazzato via un’intera classe dirigente, mai e poi mai Falcomatà sarebbe riuscito ad avere l’investitura del Consiglio comunale, così come ben difficilmente sarebbe poi stato in grado di governare, pur tra mille difficoltà, osteggiato da più di qualcuno e mostrando grandissime doti umane, di amministratore e di Sindaco. In altri tempi avrebbe ricevuto una mozione di sfiducia e sarebbe andato a casa. Solo lui perché il Consiglio sarebbe rimasto in piedi, secondo le leggi di quella fase storica. Quel contesto che permise l’insediamento di Falcomatà, le sue indubbie capacità e l’entrata in vigore dell’elezione diretta regalarono alla città una lunga fase di stabilità politica che contribuì non poco alla rinascita di Reggio”.

Il terremoto giudiziario del 1992 si colloca, temporalmente, in maniera perfettamente incastonata in quello, ben più ampio, che originò il crollo della Prima Repubblica, “mani pulite”, la tangentopoli milanese: “Credo che anche questa coincidenza fece la sua parte” – riflette Licandro – “in Italia soffiava un vento particolare e molto forte e così nessuno si permise di bloccare (e in passato, invece forse era accaduto), l’azione di Pennisi e Verzura che, tra l’altro, aveva preso le mosse da una strana denuncia di Vincelli, appena bocciato alle consultazioni politiche per il Senato, alla Criminalpol”.

Nei mesi successivi Licandro consegna alla storia anche un famosissimo volume nel quale cristallizza la Reggio dei suoi anni, il titolo è assai più che emblematico. “La città dolente”, poi, una volta libero, è costretto a cercare un luogo dove rifarsi una vita: “Lavoravo in banca e l’azienda immediatamente mi licenziò per procurato danno di immagine. Io mi dovetti reinventare e trovai un’opportunità in centro Italia dove diedi inizio ad un’attività commerciale di ristorazione, per la qual cosa non esito a dire che servii anche ai tavoli. Le cose mi andarono anche piuttosto bene, ma dopo qualche anno, la banca fu costretta a riassumermi ma, ovviamente, mi tennero sempre ai margini delle prospettive di carriera e così, nel 2000 mi licenziai definitivamente. Oggi gestisco la direzione amministrativa e delle risorse umane di alcune aziende e sono molto soddisfatto”.

Si percepisce che la città gli è rimasta nel cuore, che in qualche misura si sente un esule: “E’ vero” – conferma Agatino Licandro – “è una sensazione corretta, quando posso, infatti, ci torno, i luoghi mi mancano tantissimo, ma si tratta di flash, di puntate estemporanee. Però è una città strana, dove è difficilissimo, quasi impossibile essere liberi, tranne che non si scelga di vivere appartenendo ad uno strato della popolazione che non abbia responsabilità. Tuttora incontro gente che non mi saluta, non perché abbia fatto qualcosa nei loro confronti in maniera diretta, ma perché, magari, da quel terremoto, per una serie di cause consequenziali, ne uscirono danneggiati. Non accettano che io parlai certamente perché spinto dagli eventi, ma contemporaneamente perché fermamente convinto che fosse finita un’epoca. Devo dire, però” – continua Licandro – “che ricevo anche tanta solidarietà per la scelta sofferta che feci da gente alla quale mai ebbi occasione di fare un qualunque favore. Mi hanno abbandonato” – sorride amaro Licandro – “i soliti cortigiani, anch’io avevo i miei, ovviamente”.

La vicenda-Licandro, quella della città dolente, di fatto chiuse un’epoca e dopo poco più di un anno si aprì quella di Italo Falcomatà che schiuse alla città le porte di un periodo di stabilità politica al quale ne seguì un altro pressocchè uguale sul piano temporale di Scopelliti. Reggio, abituata a cambiare Sindaco anche più di una volta all’anno, si è ritrovata con due primi cittadini in poco più di 16 anni: “Si” – dice Licandro – “credo che in questi anni la città si sia giovata molto della stabilità politica, dalla quale è arrivato, comunque, al di là del colore politico, un segnale, l’indicazione di una via. Devo dire, però, guardando avanti ed anche alle vicende del Comune di Reggio di questi giorni, che Falcomatà e Scopelliti, pur con estrazioni politiche diversissime, forse opposte sono accomunati dal fatto che entrambi provengono (e probabilmente sono gli ultimi) da una formazione politica solida, forte, cresciuta nel tempo, seria. Ecco, oggi serve una nuova classe dirigente, serve il seme di una nuova scuola politica, non c’è educazione al rapporto con la gente.

Serve qualcuno che sogni, che creda nelle utopie e questo lo hanno fatto, sia Falcomatà che Scopelliti. Non si può dimenticare” – argomenta con forza Licandro – “che tutte le scelte storiche di Reggio nascono da idee lontanissime, apparentemente folli, la città moderna è figlia delle lucide follie di Vincelli, di Battaglia, di Quistelli, di Reale, perchè no di Ligato. Chi si sarebbe sognato mai di intubare la ferrovia, di creare la tangenziale a monte della città, l’università, la rampa del porto e mille altre cose che, in quella fase storica parevano lontanissime? Bisogna far crescere dei giovani in una sorta di scuola politica, sia a destra che a sinistra, ma non bisogna avvilirli con pratiche elettorali e bisogna tutelarli anche sul piano pratico, altrimenti, scendere a compromessi può diventare un obbligo. Qualcosa di simile all’iniziativa promossa da Mario Caligiuri per aiutare i nostri cervelli nella ricerca e nella formazione.”

Ci salutiamo, lo invitiamo a rincontrarci nella prossima occasione in cui si trovasse a Reggio, lui ci regala un saluto garbato: “Tanto, io a Reggio continuo ad esserci ogni giorno attraverso Strill.it…”

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