LA PAGINA – Peppe Caridi Live News

L’inchiostro è il mio campo, su cui posso scrivere valorosamente; la penna, il mio aratro; le parole, la mia semente.

Archivio per 5 Luglio 2008

Nuova era per il Granillo: presentata la nuova e moderna Tribuna Ovest

Pubblicato da peppecaridi su 5, Luglio, 2008

www.regginacalcio.com

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La Tribuna Ovest non esiste più, ma lascia il posto alla “Tribuna Nuova“.
La  Tribuna Nuova è stata disegnata principalmente con l’obiettivo di offrire al pubblico aree ancora più confortevoli e funzionali. Questo è quello che abbiamo fatto per ottenere questo risultato: abbiamo escluso dalla campagna abbonamenti e, quindi dalla Tribuna Nuova, le due ali più laterali e, nella suddividere i settori, abbiamo privilegiato la vista sull’intero terreno di gioco.
La Nuova Tribuna si sviluppa quindi all’interno dell’area centrale di quella che era la vecchia ovest ed è stata suddivisa in base all’offerta dei servizi.
La zona laterale della Tribuna Nuova  si chiama “Tribuna Grande” e dispone di 1568 posti, di cui 784 lato Tribuna Sud e 784 lato Tribuna Nord. È l’area più “popolare” della Tribuna Nuova, dove popolare non ha il significato di scarso livello di qualità, ma di maggiore accessibilità ai servizi offerti. Leggi il seguito di questo post »

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“La difendo, così la rovino”, ecco il tiro alla Carfagna

Pubblicato da peppecaridi su 5, Luglio, 2008

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di Michele Brambilla – www.ilgiornale.it

«Il commendator Bernasconi non è un ladro»: il titolo, apparso qualche anno fa su un quotidiano locale, è rimasto nella storia di quella città e un po’ anche in quella del giornalismo. Stava in testa a un articolo di cronaca che dava conto delle specchiate virtù di uno dei personaggi più in vista di quel piccolo mondo di provincia: un uomo perbene, lavoro e famiglia, chiesa e associazionismo, tante cariche pubbliche. Non sono vere, si leggeva, le voci su traffici, contrabbando, mazzette: tutte balle. Senonché la mattina dopo il commendator Bernasconi tirò su il telefono e chiamò il direttore del quotidiano per sollevarlo di peso: razza di idioti, che cosa vi viene in mente? Nessuno – né un magistrato, né un giornale – aveva mai accusato lo stimatissimo cumenda di alcunché, e quel titolo aveva tutto il sapore della classica excusatio non petita. Da quel giorno in città cominciarono a girare le voci sugli affari non troppo onesti del commendator Bernasconi.
Non sappiamo se quel titolo fu l’autogol di un ingenuo che credeva di baciare la pantofola al potente di turno, oppure una coltellata nella schiena inflitta con sadismo e ipocrisia. Ma non c’è bisogno di avere studiato l’arte della propaganda dal dottor Goebbels per capire che se si vuole sputtanare qualcuno senza pagarne le conseguenze, e senza passare per killer, non c’è tecnica migliore che far finta di difenderlo. A Mara Carfagna, in questi giorni e ieri in particolare, è stato applicato il trattamento del commendator Bernasconi: si è detto e si è scritto smettiamo di insultarla, merita la nostra solidarietà, è una vergogna che la stiano attaccando, non deve dimettersi.
Attacchi? E quali attacchi? E perché mai dovrebbe dimettersi? Così deve aver pensato il lettore, semplice uomo della strada che nulla sapeva delle voci sul conto del ministro per le Pari opportunità, e nulla avrebbe continuato a sapere se sui giornali non fossero fioccati gli appelli pro-Carfagna, i «basta con i veleni», le difese d’ufficio delle professioniste del «mi sento offesa come donna».
Fino all’altro ieri i pissi pissi bao bao su Mara Carfagna e le intercettazioni telefoniche erano roba che girava nei retrobottega della politica e in quegli ambienti mefitici che sono le redazioni dei giornali: sconcezze vere o asserite giravano da un politico a un giornalista e viceversa, ma restavano pur sempre tra pochi addetti ai lavori. I lettori sapevano – ammesso che siano davvero interessati – che c’erano, o almeno si diceva che c’erano, gossip scottanti, telefonate sconvenienti, roba di sesso insomma. Ma tra chi e chi?
Quelle intercettazioni non si sa neanche se esistono e in ogni caso, ammesso che esistano, e che qualche giornalista le abbia, non si possono pubblicare, o perlomeno non sta bene pubblicarle. E allora, come far sapere Urbi et Orbi che è proprio lei, la bella ministra, a essere chiacchierata? Come fare a rovinarla senza esibire neanche la sbobinatura di un brigadiere?
Ecco allora il lodo Bernasconi. Basta un qualsiasi Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori: «Se Bill Clinton avesse fatto Monica Lewinsky ministro, la vicenda sarebbe diventata di rilevanza politica oppure no?». Ecco le prime paroline chiave. Monica Lewinsky: per quale pratica è diventata nota Monica Lewinsky? Seconda parola chiave: ministro. Chi sarà mai il ministro? Ci pensano i giornalisti a completare l’opera. Uno, appena riportata la frase di Donadi, scrive: «Non fa il nome della Carfagna ma…». Un altro aspetta qualche riga in più e ci fa sapere: «La responsabile delle Pari opportunità, Mara Carfagna, taglia corto: non mi occupo di intercettazioni».

Il passo successivo è la foglia di fico. Si raccolgono i pareri di una solidarietà trasversale. Politici e intellettuali di destra e sinistra si stracciano le vesti, «il paragone con la Lewinsky è una volgarità gratuita» dice una, «la colpa non è sua» dice un’altra, non deve dimettersi; «poveretta, qui si mesta nel fango», e intanto il fango finisce nel ventilatore.
Mara Carfagna non la conosco: mai vista né sentita. Se avesse fatto qualcosa di male, troverei giusto che venisse cacciata. Ma vorrei che le accuse fossero certe, serie, e soprattutto rivolte in modo leale. Non con l’artifizio peloso di un’ipocrita difesa della privacy. Pubblicate le intercettazioni, piuttosto. Mostrate la faccia, se davvero l’avete più pulita di quel lupanare della politica di cui si parla. E a Donadi, quello dei Valori, vorrei dedicare in chiusura questo bel titolo: «Il capogruppo Donadi non è uno stronzo».

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CLIMATOLOGIA: “PROCESSIAMO I CATASTROFISTI”

Pubblicato da peppecaridi su 5, Luglio, 2008

di S. Fred Singer

S. Fred Singer, fisico dell’Atmosfera ed ex direttore del Servizio meteo-satellitare americano, che divide il premio Nobel del 2007 per la Pace con Al Gore, scrive per “il Giornale” contro il catastrofismo ambientalista. La traduzione è a cura di Franco Battaglia.

Lo scorso 19 giugno Il Giornale mi definì «il re degli anticatastrofisti». La settimana dopo, il 26 giugno, Le Monde definì il dr. James Hansen, direttore al Goddard Institute for Space Studies della Nasa, «il re dei catastrofisti». Fu nel 1988 che Hansen andò a Washington a sostenere che il riscaldamento globale era, con certezza del 99%, d’origine antropica. A quel tempo, Hansen prevedeva enormi aumenti di temperatura e apocalittiche conseguenze (tipo rapido innalzamento del livello dei mari) nel caso non avessimo interrotto l’uso dei combustibili fossili per produrre energia.
Queste sensazionali affermazioni mi indussero a pubblicare, prima, un editoriale sul Wall Street Journal, poi – assieme all’oceanografo R. Revelle e all’esperto di energia C. Starr – un articolo più dettagliato e, infine, a studiare a fondo l’intera questione, con la conclusione che i cambiamenti climatici sono causati dalle forze della Natura e non dalle emissioni antropiche di gas-serra.
Oggi, dopo 20 anni, assistiamo a temperature che non sono aumentate – anzi, è da 10 anni che stanno diminuendo – e a livelli dei mari immutati e, comunque, ben lontani dalle catastrofiche previsioni di Hansen. Curiosamente, a dispetto di ciò, la statura di Hansen quale «profeta» dei «fedeli» del riscaldamento globale antropogenico non è stata minimamente ridimensionata: gli accoliti di Al Gore continuano a considerarlo l’oracolo della scienza del clima. Hansen stesso, invece, è rimasto deluso dai fatti, cosa che ha influenzato negativamente la propria percezione scientifica: egli è, sì, in completo disaccordo con un numero sempre più crescente di scienziati, cosiddetti «scettici», che considerano principalmente naturali le cause dei cambiamenti climatici; ma è anche in disaccordo con gli esperti climatici dell’Ipcc per i quali la causa è principalmente l’uomo.
Ad esempio, il gruppo di Hansen ha pubblicato dati di temperature che lo scorso anno ha dovuto rivedere in seguito a un fondamentale errore scopertovi dallo statistico canadese Stephen McIntyre: dopo le revisioni, l’anno più caldo del secolo occorso negli Usa è risultato essere il 1934 e non il 1998. Ancora: in un articolo del 2005 Hansen annunciò di aver trovato, nell’aumento delle temperature egli oceani, la prova regina del riscaldamento globale antropogenico; l’annuncio si dimostrò falso, e a peggiorare le cose ci si mise pure il fatto che le temperature oceaniche smisero di aumentare. Non a caso l’Ipcc, a sostegno delle proprie convinzioni dell’origine antropica del riscaldamento globale, Hansen neanche lo cita.
In cambio, Hansen considera l’Ipcc in errore. Secondo Hansen, infatti, l’aumento del livello dei mari per secolo dovrebbe essere di 600 cm, e non di 50 cm, come sostiene l’Ipcc (secondo me l’aumento del livello dei mari nel prossimo secolo sarà di circa 18 cm, cioè lo stesso che occorre, ogni secolo, da diecimila anni). Inutile dirlo, Al Gore propaganda solo le previsioni di Hansen, accompagnandole con terrificanti immagini di inondazioni.
Ogni discussione scientifica con Hansen è diventata impossibile: la sua fede nella catastrofe climatica è diventata fanatismo religioso. Egli lamenta di essere una figura isolata, imbavagliato da forze malefiche mentre tenta di gridare, solitario, nel deserto. Nella sua audizione a Washington, lo scorso mese, ha invocato che i petrolieri fossero processati per «gravi crimini contro l’umanità e la natura». Per quanto strano possa sembrare, anch’io sarei favorevole a un processo: forse è l’unico modo in cui si possa sperare che l’intera faccenda sia pubblicamente discussa e sia concesso di produrre pubblicamente le prove che l’attuale riscaldamento globale non può essere d’origine antropica. L’unico modo, forse, di fermare l’allarmismo climatico e il movimento quasi-religioso che ha avuto in Hansen il primo istigatore e di cui tutti noi siamo vittime.

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E adesso l’estate italiana s’inventa il bagno a ore

Pubblicato da peppecaridi su 5, Luglio, 2008

di Daniele Casale – www.ilgiornale.it

Cagliari - Quest’anno non dimenticatevi l’orologio se volete tuffarvi nelle acque cristalline del golfo di Orosei, costa orientale della Sardegna. Perché dovrete starci non più di due ore: dopodiché, i guardiani ecologici del Comune di Baunei vi chiederanno gentilmente di scegliere altri lidi. Con l’estate 2008 si inaugura la «spiaggia a tempo» per evitare calca, inquinamento e che qualcuno, non si sa mai, vi rubi l’ombra sotto l’ombrellone che avevate faticosamente posizionato.

Il motivo? Troppi turisti, vandali e sporcaccioni hanno convinto l’amministrazione a provvedere per garantire che quel territorio continui a essere tra i più incontaminati del Mediterraneo. In altri litorali dell’Isola (ma anche a Baunei), poi, preparate il portafoglio: da nord a sud, da estaovest sipagaper l’accesso (per esempio in due calette della Costa Smeralda) o per il parcheggio (Alghero, Chia, Sinis), mentre due Comuni (Sorso e Villasimius, unici nell’Isola) non rinunceranno alla tassa di soggiorno, voluta dalla giunta regionale guidata da Renato Soru ma bocciata nel febbraio scorso dalla Corte Costituzionale.

Gli amministratori di Baunei non vogliono però sentir parlare di «tassa» semmaidi «contributo ecologico ». Ci sono poi le spiagge a tempo: le incantevoli cala Goloritzè (che vanta sorgenti sottomarine di acqua dolce), cala Mariolue cala Biriola potranno essere godute per massimo due ore, per garantire la rotazione dei vacanzieri ed evitare il sovraffollamento. «Nessuna tassa di soggiorno o di passaggio – spiega il sindaco Salvatore Lai – con il contributo di un euro a testa non intendiamo far cassa ma garantire, oltre alla manutenzione del patrimonio comunale anche l’offerta di servizi di vigilanza e di raccolta e smaltimento dei rifiuti in tutto il territorio. Eccessivo il carico umano che abbiamo calcolato, tra le 250 e le 260mila persone a stagione. L’esigenza di tutelare questo bene ambientale ci ha convinti a emanare un’ordinanza che regolamenta l’accesso al territorio comunale, costa o entroterra che sia».

I primi a farla rispettare saranno i titolari delle imbarcazioni che ogni giorno traghettano dai porti di Arbatax, Santa Maria Navarrese, Cala Gonone e Orosei le «orde» dei vacanzieri che sognano di tuffarsi in quel mare dall’ incomparabile azzurro. Ma pagherà un euro anche chi raggiunge le calette via terra, dai sentieri escursionistici. Ma la mappa delle spiagge a pagamento non finisce certo con quelle del golfo di Orosei. Poco più a nord, la spiaggia di Bidderosa è a numero chiuso: solo 120 persone al giorno possono accedervi perché l’oasi negli anni scorsihacorso il rischio di essere distrutta per sempre. Budelli e la sua sabbia rosa, diventata celebre in Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, hanno in questo senso fatto da apripista perché qui la balneazione è vietata dal lontano 1998 (ci abita solo il custode), quando si scoprì chequeicaratteristici granelli venivano rubati a chili per abbellire acquari, ville faraoniche e giardini pensili.

Anche nell’Oristanese, penisola del Sinis, non si può portare via la sabbia di Is Arutas (in questo caso bianchissima e di quarzo) né si può fumare (!). In Costa Smeralda, poi, esistono le tariffe orarie: a Cala Brandinchi e Liscia Ruja si pagano 1,5 euro a testa all’ora. All’Asinara, ex carcere di massima sicurezza e ora parco nazionale, si arriva solo in quantità contingentate, mentre nella vicina Stintino una giornata può costare, causa ticket- parcheggio, fino a 20 euro. Dall’altra parte dell’Isola, a Chia, sulla costa sud-occidentale, la musica non cambia: tassa-parcheggio da 3 a 10 euro al dì. Perchéla filosofia da imparareperchi quest’ estate sogna la Sardegna è una sola: il paradiso non solo può attendere, ma costa caro e va preso a piccole dosi.

http://www.ilgiornale.it/att_jpg.php?ID=370208&X=800&Y=800

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