In realtà gli eventi degli ultimi giorni, che spesso passano in sordina a livello mediatico, confermano che quello della malasanità è un problema, urgente, scottante, nazionale.
Un problema di mafia, quella mafia che non opprime solo il sud ma che è presente in modo capillare in tutt’Italia come in gran parte del mondo.
Nessuno parla di “Associazione a delinquere di stampo mafioso” in merito alle nefandezze della Clinica Santa Rita di Milano: fosse accaduto a Bari, Napoli, Reggio Calabria, Messina o Palermo, invece, si parlerebbe di “mafia” senza esitazione alcuna.
E’ arrivato il momento di superare stupidi stereotipi localistici e capire che “tutto il mondo è paese” non è solo un proverbio che dà alibi, ma una saggia frase che può smuovere le coscienze obnubilate dalla pigrizia del “non far nulla”: il vero alibi che noi meridionali troviamo comodo è quello di giustificare la nostra assenza di intraprendenza con la mafia e i problemi della nostra terra. Problemi che ci creiamo da soli: non ci pensassimo, e andassimo dritti per la nostra strada avviando processi di crescita e sviluppo, vivremmo in una realtà sociale certamente migliore.
Luca Fazzo – Enrico Lagattolla
Milano – E adesso spuntano le mazzette. Nella cupa vicenda della clinica Santa Rita il capitolo – ancora tutto da scrivere – delle protezioni politiche si arricchisce da oggi di un dettaglio decisivo. Un testimone ha raccontato agli inquirenti come negli uffici di Pipitone esistesse una cassa occulta destinata alle spese inconfessabili. Il teste ha parlato di un quaderno con la contabilità delle mazzette custodito dalla segretaria del notaio. E ha parlato di una tangente da cinquantamila euro destinata ad un esponente di Alleanza nazionale.
È il 25 luglio scorso quando Domenico Lo Priore, ex contabile della Santa Rita, viene interrogato dai pm. «Ho visto occasionalmente alcune buste preparate dalla segretaria del Notaio, signora Giusi Lucano, con somme di denaro da dare a terzi. La signora Giusi Lucano aveva la disponibilità di un quaderno che custodiva personalmente su cui annotava tutte le operazioni in nero o illecite del notaio. Ricordo che Pipitone un giorno ha chiesto alla segretaria se avesse preparato la busta per un onorevole di Alleanza nazionale di cui non sono in grado di riferire le generalità. Sono poi venuto a conoscenza dal fratello del notaio, Felice, che tale busta avrebbe dovuto contenere cento milioni di lire, necessari per finanziare il partito di Alleanza nazionale, probabilmente in occasione delle elezioni politiche del 2003». Lo stesso contabile indica in Antonio Mobilia, ex direttore generale dell’Asl di Milano, vicino ad An, il principale protettore della Santa Rita.
Ma la richiesta di ordini di cattura, firmata dai pm e sfociata nella retata di lunedì, offre nuovi squarci anche sul cuore dell’inchiesta sulla Santa Rita: le truffe al sistema sanitario e le violenze sui malati. Una «chirurgia inutile che aggiunge sofferenza a sofferenza». Peggio, comportamenti «che non esitiamo a definire di sciacallaggio chirurgico, per la sofferenza inutilmente inflitta a persone particolarmente fragili, per età o patologia». Sono quasi 280 le pagine che ripercorrono gli orrori della casa di cura milanese: orrori che potrebbero non essere terminati. Gli inquirenti, infatti, ipotizzano che i decessi documentati dall’analisi delle cartelle cliniche e fondati anche sui pareri dei consulenti della Procura non siano soltanto cinque.
I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria, infatti, stanno prendendo in esame una ventina di casi nei quali i pazienti operati nella casa di cura potrebbero essere stati vittime di quella che il gip Micaela Curami ha definito «irragionevole aggressività chirurgica». Si tratta di persone per lo più anziane e provate nella salute, operate all’Unità toracica della Santa Rita. Gli investigatori, quindi, dovranno stabilire se si sia trattato di decessi «inevitabili» o se la morte sia la conseguenza dell’«accanimento» dei medici.
Di certo, la Procura ritiene di aver alzato il velo su un sistema radicato di illeciti. «Pur avendo adottato un criterio di assoluta prudenza – scrivono ancora i pm negli atti -, questo Ufficio ritiene che gli elementi cristallizzati in atti forniscano un quadro accusatorio tanto pieno, quanto allarmante e, per certi versi, difficile a credersi. Come le condotte in esame abbiano potuto essere portate avanti, nella quasi totale indifferenza dell’ambiente sanitario milanese, è una domanda a cui non siamo chiamati a rispondere».
Ieri intanto è stato interrogato per la prima volta Pierpaolo Brega, il medico su cui pesano le accuse più pesanti per la morte dei pazienti: «Facevamo tutto nell’interesse dei malati», è stata la sua singolare versione difensiva.
Se il malato diventa una slot machine
di Cristiano Gatti
A diciotto anni, quando piacere e piacersi è ancora una cosa importante, le hanno tagliato i seni come inutili frattaglie. Per guadagnarci di più. Tra le tante vittime del truculento «protocollo Santa Rita», è sicuramente questa ragazza la più titolata ad esprimere compiutamente che cosa significhi il tradimento del proprio medico. A seguire, sarebbe poi interessante chiederle con che spirito un domani rimetterà la sua vita nelle mani di un altro dottore. Riuscirà ancora a considerarlo un po’ santo e un po’ semidio, un po’ mago e un po’ taumaturgo, un po’ poeta e un po’ missionario? O anche solo un leale e umile uomo di scienza, che procede a tentoni nel campo minato della nostra fragilità fisica, sperando di non mettere mai il piede in fallo, dolendosi e disperandosi lui per primo se per caso ce lo mette?
Sono domande che il mefitico pentolone della clinica milanese sta scatenando in tutte le case italiane. Già siamo allenati dai casi di negligenza, di sciatteria, di corruzione, che ciclicamente i giornali riportano dal centro e dalle periferie di un sistema sanitario sgangherato. Sappiamo di appalti pilotati, di assunzioni clientelari, di bilanci truccati. Abbiamo buoni motivi per nutrire quanto meno un poco di diffidenza. Però bisogna riconoscerlo: non c’è paragone. Il caso Santa Rita surclassa tutto e tutti, sbancando con il suo bieco cinismo la speciale classifica della vergogna. Disgusto per disgusto, un conto è sapere che qualche medico più o meno luminare lucra guadagni esagerati sulla nostra guarigione, un altro è sapere che fonda i suoi guadagni sul nostro spietato massacro. Siamo nel campo dei paragoni allucinanti, ma è questa la reale novità, il satanico salto di qualità portato a galla dall’inchiesta milanese: se fino all’altro giorno potevamo eccepire sull’esosità di certa medicina, adesso dobbiamo temere la sua lucidissima avidità omicida.
Inutile negarlo: la scoperta è sconvolgente. Se non ci si può più fidare nemmeno del medico, è l’abisso. Nelle famiglie italiane, il medico è da sempre una figura centrale. Al medico si racconta tutto, al medico si confessa qualunque debolezza e qualunque paura, al medico soprattutto si affida a occhi chiusi la nostra più segreta risorsa, genericamente detta speranza. Nelle quattro mura del suo studio, uomini e donne tutti i giorni sottoscrivono la cambiale in bianco della speranza. Di guarire, di stare bene, di vivere a lungo.
Ma che cosa c’è, dall’altra parte della scrivania? Tanti onestissimi professionisti, risponderebbe giustamente l’Ordine dei medici. E così effettivamente risulta, per fortuna. Ma c’è un ma. Ci sono altri casi. Qualcosa non quadra, quando dall’altra parte c’è un professionista convinto d’essere anche azienda, un’azienda magari particolare, comunque con precisi e dichiarati fini di lucro. A quel punto, il paziente diventa una slot-machine. Una particolare macchina da soldi che tra l’altro permette solo vincite sicure: così indifeso, così disarmato, così sprovveduto, da concedersi docilmente, quasi infantilmente, a qualunque gioco d’azzardo.
La vergogna, unica e imperdonabile, che non può accettare difese corporative e cavilli garantisti, sta tutta qui. La vita ci offre quotidianamente un campionario sterminato di porcherie umane. Ma questa sta davanti a tutte, forse preceduta soltanto dalla pedofilia. La sua feroce peculiarità sta nel rapporto di forza tra chi conduce il gioco e chi lo subisce: da una parte il medico onnipotente, dall’altra il paziente totalmente disarmato. Il famoso primario opera di tumore il ragazzo che solo ha la tubercolosi: l’obiettivo non è la salute del ragazzo, l’obiettivo sono i ventimila euro del rimborso. Il ragazzo? Un pratico arnese per fare soldi. Quante storie, ogni lavoro ha i suoi attrezzi…
Da dove nascono, i casi Santa Rita? Certo da quattro farabutti nascosti sotto la corazza del camice bianco. Ma tutto sommato, risalendo molto all’indietro, qualche germe pericoloso sta anche in una visione molto nuova e modernista della professione. È da un po’ che pensando al futuro dei nostri figli mettiamo in fila, sullo stesso piano, tante affascinanti opzioni: potrebbe fare l’architetto, o l’ingegnere, o l’avvocato, o il giornalista, o il medico. Ecco, qui nasce il colossale equivoco. Il medico non può e non deve stare in questa lista. Può starci nei giochi dei bambini, quando sparano a raffica il cosa farò da grande. Ma è un gioco che al massimo può durare fino ai dieci anni. Poi, bisognerebbe che un’autorità superiore intervenisse per sgombrare il campo dalle fesserie, ristabilendo per decreto la verità: quello del medico non è un mestiere come un altro. È una professione sacra. Non si sceglie sfogliando la margherita. Per caso. O per ambiziosi progetti di fatturato personale. Chi lo sceglie deve sapere che un giorno si ritroverà tra le mani, in sedicesimo, le facoltà e i poteri di un creatore, che può togliere o restituire, peggiorare o migliorare la vita. Esagerazioni? Per ulteriori chiarimenti, rivolgersi alla ragazza martire della «Santa Rita», che a diciotto anni teme già di guardarsi allo specchio e di uscire con un ragazzo.
Cristiano Gatti