LA PAGINA – Peppe Caridi Live News

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Archivio per 11 Giugno 2008

ADESSO IL SEQUESTRO NON E’ PIU’ PREVENTIVO

Pubblicato da peppecaridi su 11, Giugno, 2008

Sono passati 5 giorni dal sequestro del blog di Antonino Monteleone, e ancora il titolare del website non ha ricevuto alcuna notifica, alcun avviso rispetto alle motivazioni del provvedimento.

Intanto il sito non è più “SOTTOPOSTO A SEQUESTRO PREVENTIVO” ma adesso risulta solamente “SOTTOPOSTO A SEQUESTRO”: è stata modificata la dicitura, a firma della polizia postale di Reggio Calabria, nell’home page del sito che è impossbile visuaizzare da ormai quasi una settimana. A questo punto potrebbero anche scrivere “SITO SOTTOPOSTO A VILLEGGIATURA, RIPROVARE PIU’ TARDI” …

E mentre Antonino continua a sentirsi la bocca tappata, imbavagliato da quello Stato in cui si riconosce e dal quale si sente tradito, sicuramente c’è chi festeggia perchè un giornalista considerato “scomodo” è messo a tacere.

Dopo 5 giorni di sequestro nè Antonino nè il suo legale hanno ricevuto risposta, dopo ore e ore interminabili di attesa presso il tribunale per avere informazioni in merito al provvedimento di chiusura del blog.

Un episodio assurdo in cui una persona corretta, onesta, civile e leale viene trattata peggio di un terrorista, di un pedofilo o di un serial-killer.

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“I veri affari si fanno con i tumori. Specie ai polmoni”

Pubblicato da peppecaridi su 11, Giugno, 2008

www.ilgiornale.it

Milano – È la logica a fare impressione. È che della deontologia non c’è traccia. Una parola basta a capire. «Investimento». Così dicono, al telefono, i medici della clinica Santa Rita arrestati lunedì. Sui pazienti bisogna «investire», perché le malattie sono una forma di ricchezza. E più è grave la patologia, più il denaro si moltiplica. Nuove intercettazioni, allegate agli atti dell’inchiesta della procura di Milano.

I TUMORI? UN AFFARE
Quel che conta è il numero. L’importante, è «riempire le sale operatorie». Il 26 novembre 2007, il dottor Brega Massone («U») discute con tale Aldo. Il medico spiega che gli affari si fanno con i tumori.
U: «Noi stavamo operando troppo, io sono arrivato a fare cinquecento casi. In un anno. Quindi funzionavo alla grandissima».
I: «Capisco \. Poi bisogna vedere se vale la pena».
U: «No, sai qual è il problema? Il problema secondo me è che dovresti cercare su qualcuno che ha principalmente una patologia oncologica, non so, qualcosa tipo sulla mammella eccetera, o avere qualcuno di senologia che vi mandi i tumori».
I: «Eh».
U: «Perché quelli… se vuoi ne possiamo parlare con calma… io ti dico ero arrivato a fargli a questa clinica un fatturato l’anno scorso di tre milioni di euro con la chirurgia toracica, ma in mezzo c’erano un sacco di mammelle, perché io faccio ancora due volte alla settimana l’ambulatorio di senologia, per cui sono sempre in giro per riempire sale operatorie».

CLASSE DI FERRO
Capita che un intervento non vada a buon fine. E, se il paziente è anziano, capita anche più spesso. Con un po’ di fatalismo, il senso di colpa scompare. Il medico Scarponi (la «macchina da guerra», «U»), ne discute con un collega («I») l’11 marzo di quest’anno.
I: «Il figlio è incazzato come una bestia, ah! Perché praticamente ha visto l’evoluzione della cosa e per quale motivo il padre se n’è andato in arresto (cardiaco, ndr)».
U: «E va bene, e quanti anni ha?».
I: «È anziano sugli ottant’anni, ottanta e passa, ha fatto la campagna di Russia quest’uomo».
U: «Ho capito, ma secondo te tutti devono vivere centovent’anni?».
I: «No, assolutamente no».

IL SUO PIEDE SINISTRO
Un tendine «tibiale anteriore» destro impiantato al posto di quello «rotuleo» sinistro. Così, perché il paziente era ormai in sala operatoria. Il 6 febbraio di quest’anno, ne parlano la dottoressa Arabella Galasso (uno dei medici indagati, «U») e una collega («I»).
U: «Ciao gioia, senti abbiamo un casino… ».
I: «Allora, ma non gliel’avete poi messo il tendine?».
U: «Sì, no no quello di ieri non era nostro… ».
I: «Ah non era suo?».
U: «Oggi l’abbiamo ritirato».
I: «Ah, non era il medico quello che si era rotto!».
U: «Il medico che si è rotto l’abbiamo operato oggi, so che ieri ti hanno restituito un tendine. Ma non era roba nostra».
I: «E di chi era?».
U: «Non era della mia équipe, non so dirti chi l’ha ordinato e l’ha rimandato indietro. Senti abbiamo un problema sul tendine di oggi. Perché voi mi avete mandato questo emitendine rotuleo con tutto il certificato di idoneità e il codice del donatore, la data di nascita, di morte, gruppo sanguigno. Peccato che la busta che m’avete mandato è un tendine tibiale anteriore. Nato in una data diversa da questo qua, cioè non corrisponde. Noi abbiamo dovuto usare il tibiale purtroppo perché ormai il paziente era aperto».

L’UOMO RADIOATTIVO
Il dottor Marco Pansera (arrestato, «U») discute con un secondo medico («I») di esami e radiografie fatte da Brega. Una lastra non si rifiuta mai. Specialmente se, ogni volta, sono ottanta euro.
I: «E poi insomma, tutte queste tac fatte, rifatte, minchia, ma a questo ragazzo gli sta facendo fare la tac ogni tre mesi, dio santo, Marco!».
U: «Lo so benissimo».
I: «C’ha trentaquattro anni, fai fare la Tac ogni tre mesi? Ma cosa lo irradi per che cosa?».
U: «Ma è assurdo, scusa, io faccio fare la Tac perché sono scrupoloso una volta all’anno, uno e mezzo, al mio papà perché ha fatto due tumori al polmone e alla prostata».
I: «Quello è giusto».
U: «Sì, sì, lui una tac non la nega a nessuno».

LA PESCA DEL POLMONE
Operare conviene. A chi opera. Quindi, la caccia ai pazienti è una regola d’oro. Ne parlano Brega («U») e Merlano («I») il 18 ottobre dell’anno scorso. Sono passate da poco le 22.30.
U: «Io ero l’unico che aveva pazienti, capito?».
I: «Cioè, tu pescavi dall’Oltrepò pavese?».
U: «Ma io pescavo dappertutto, da Lodi, dove tiravo fuori le mammelle, poi ho cominciato a pescare anche i polmoni dall’Oltrepò pavese, da Pavia, da Milano ormai perché comunque tutti i miei ex pazienti in istituto mi seguono e ancora adesso. Oggi ce ne sono 23 a Pavia di pazienti che venivano lì a far le visite, continuano a telefonarmi e mi dicono anche a pagamento noi veniamo da lei. Quindi voglio dire, cioè, io avevo ormai un giro che mi ero creato con il mio modo di fare».
Un’altra telefonata, ancora un po’ di aritmetica. Brega parla di un collega.
U: «Massimo, gli ho visto fare sette pazienti ma neanche tutti polmoni… Sette, non so se tu prendi 800 euro per polmone, 7 per 8 fa 5.600 euro lordi».

CONSENSO DISINFORMATO
Il paziente non deve sapere. O, meglio, è bene che sappia quello che ai medici basta. Brega («U») e Pansera («I») ne parlano il 31 ottobre dell’anno scorso.
U: «Cerchiamo di avere tutto in mano, tu sei riuscito a chiamare qualcuno?».
I: «Ho trovato la R. molto disponibile e lunedì mattina verrebbe in reparto a portarci la… ».
U: «Guarda che questo ci salva il culo a tutti, perché la mia paura è che loro potessero metterci contro i pazienti».
I: «Certo, ho capito».
U: «Ecco e le fai firmare una lettera in cui lei era d’accordo sulle indicazioni chirurgiche e le indicazioni chirurgiche sono state spiegate bene».

IL GIRO CHE CONTA
Guai a perdere il «treno» della sanità. Se esci dal giro, è difficile rientrare. Brega («U») e Pansera («I»), ottobre 2007.
U: «Qui si tratta di mettere a posto la nostra immagine \: qual è il problema?».
I: «Io non posso permettermi di stare a lungo fuori da… Chiaramente un minimo di giro economico perché non posso».

L’ANCORA POLITICA
Brega è alle corde. Con tale Franca, ipotizza un «sos» politico. La conversazione è datata 9 ottobre 2007.
U: «Loro presenteranno un memoriale di difesa perché è ovvio, dopodiché che possa essere accettato o no però dimostrerà che la colpa è molto più lieve di quello che anzi cioè tutti dicono che il provvedimento è esagerato cioè è esagerato perché è una cosa politica per rompermi i coglioni allora se si riesce tramite Alleanza nazionale mi han parlato di La Russa cioè che sia l’unico che possa intervenire su questo Mobilia per ammorbidire la situazione».

Ancora, manie di persecuzione.
U: «È un attacco personale visto il fatto che io ho 42 anni, sono il più giovane chirurgo e c’è qualcuno a cui dà fastidio. Evidentemente quella posizione dà fastidio… cioè, San Raffaele, che è pur sempre l’ospedale di Berlusconi».

LA BARCA AFFONDA
E quando l’inchiesta della procura è ormai in fase avanzata, la preoccupazione è una sola. Così parlò il dottor Brega.
U: «Vabbè, adesso vediamo solo di salvarci noi senza fare altri casini».

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GLI ORRORI DELLA CLINICA DI MILANO: CHI E’ ANCORA CONVINTO CHE LA MALASANITA’ E’ UN PROBLEMA SOLO DEL SUD ITALIA ?

Pubblicato da peppecaridi su 11, Giugno, 2008

Fosse accaduto a Melito Porto Salvo, a Marsala, Sciacca, oppure tra Caserta e Benevento, senza nascondere un chè di soddisfazione, i più grandi “opinion-man” del Paese avrebbero buttato fuoco contro il mezzogiorno inefficiente e in primis noi meridionali avremmo iniziato a piangerci addosso dicendo, come al solito, che qui fa tutto schifo e che da Roma in sù c’è il paradiso.

In realtà gli eventi degli ultimi giorni, che spesso passano in sordina a livello mediatico, confermano che quello della malasanità è un problema, urgente, scottante, nazionale.

Un problema di mafia, quella mafia che non opprime solo il sud ma che è presente in modo capillare in tutt’Italia come in gran parte del mondo.

Nessuno parla di “Associazione a delinquere di stampo mafioso” in merito alle nefandezze della Clinica Santa Rita di Milano: fosse accaduto a Bari, Napoli, Reggio Calabria, Messina o Palermo, invece, si parlerebbe di “mafia” senza esitazione alcuna.

E’ arrivato il momento di superare stupidi stereotipi localistici e capire che “tutto il mondo è paese” non è solo un proverbio che dà alibi, ma una saggia frase che può smuovere le coscienze obnubilate dalla pigrizia del “non far nulla”: il vero alibi che noi meridionali troviamo comodo è quello di giustificare la nostra assenza di intraprendenza con la mafia e i problemi della nostra terra. Problemi che ci creiamo da soli: non ci pensassimo, e andassimo dritti per la nostra strada avviando processi di crescita e sviluppo, vivremmo in una realtà sociale certamente migliore.

Clinica dell’orrore: 25 morti sospette

www.ilgiornale.it

Luca FazzoEnrico Lagattolla

Milano – E adesso spuntano le mazzette. Nella cupa vicenda della clinica Santa Rita il capitolo – ancora tutto da scrivere – delle protezioni politiche si arricchisce da oggi di un dettaglio decisivo. Un testimone ha raccontato agli inquirenti come negli uffici di Pipitone esistesse una cassa occulta destinata alle spese inconfessabili. Il teste ha parlato di un quaderno con la contabilità delle mazzette custodito dalla segretaria del notaio. E ha parlato di una tangente da cinquantamila euro destinata ad un esponente di Alleanza nazionale.

È il 25 luglio scorso quando Domenico Lo Priore, ex contabile della Santa Rita, viene interrogato dai pm. «Ho visto occasionalmente alcune buste preparate dalla segretaria del Notaio, signora Giusi Lucano, con somme di denaro da dare a terzi. La signora Giusi Lucano aveva la disponibilità di un quaderno che custodiva personalmente su cui annotava tutte le operazioni in nero o illecite del notaio. Ricordo che Pipitone un giorno ha chiesto alla segretaria se avesse preparato la busta per un onorevole di Alleanza nazionale di cui non sono in grado di riferire le generalità. Sono poi venuto a conoscenza dal fratello del notaio, Felice, che tale busta avrebbe dovuto contenere cento milioni di lire, necessari per finanziare il partito di Alleanza nazionale, probabilmente in occasione delle elezioni politiche del 2003». Lo stesso contabile indica in Antonio Mobilia, ex direttore generale dell’Asl di Milano, vicino ad An, il principale protettore della Santa Rita.

Ma la richiesta di ordini di cattura, firmata dai pm e sfociata nella retata di lunedì, offre nuovi squarci anche sul cuore dell’inchiesta sulla Santa Rita: le truffe al sistema sanitario e le violenze sui malati. Una «chirurgia inutile che aggiunge sofferenza a sofferenza». Peggio, comportamenti «che non esitiamo a definire di sciacallaggio chirurgico, per la sofferenza inutilmente inflitta a persone particolarmente fragili, per età o patologia». Sono quasi 280 le pagine che ripercorrono gli orrori della casa di cura milanese: orrori che potrebbero non essere terminati. Gli inquirenti, infatti, ipotizzano che i decessi documentati dall’analisi delle cartelle cliniche e fondati anche sui pareri dei consulenti della Procura non siano soltanto cinque.

I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria, infatti, stanno prendendo in esame una ventina di casi nei quali i pazienti operati nella casa di cura potrebbero essere stati vittime di quella che il gip Micaela Curami ha definito «irragionevole aggressività chirurgica». Si tratta di persone per lo più anziane e provate nella salute, operate all’Unità toracica della Santa Rita. Gli investigatori, quindi, dovranno stabilire se si sia trattato di decessi «inevitabili» o se la morte sia la conseguenza dell’«accanimento» dei medici.

Di certo, la Procura ritiene di aver alzato il velo su un sistema radicato di illeciti. «Pur avendo adottato un criterio di assoluta prudenza – scrivono ancora i pm negli atti -, questo Ufficio ritiene che gli elementi cristallizzati in atti forniscano un quadro accusatorio tanto pieno, quanto allarmante e, per certi versi, difficile a credersi. Come le condotte in esame abbiano potuto essere portate avanti, nella quasi totale indifferenza dell’ambiente sanitario milanese, è una domanda a cui non siamo chiamati a rispondere».

Ieri intanto è stato interrogato per la prima volta Pierpaolo Brega, il medico su cui pesano le accuse più pesanti per la morte dei pazienti: «Facevamo tutto nell’interesse dei malati», è stata la sua singolare versione difensiva.

Se il malato diventa una slot machine

di Cristiano Gatti

A diciotto anni, quando piacere e piacersi è ancora una cosa importante, le hanno tagliato i seni come inutili frattaglie. Per guadagnarci di più. Tra le tante vittime del truculento «protocollo Santa Rita», è sicuramente questa ragazza la più titolata ad esprimere compiutamente che cosa significhi il tradimento del proprio medico. A seguire, sarebbe poi interessante chiederle con che spirito un domani rimetterà la sua vita nelle mani di un altro dottore. Riuscirà ancora a considerarlo un po’ santo e un po’ semidio, un po’ mago e un po’ taumaturgo, un po’ poeta e un po’ missionario? O anche solo un leale e umile uomo di scienza, che procede a tentoni nel campo minato della nostra fragilità fisica, sperando di non mettere mai il piede in fallo, dolendosi e disperandosi lui per primo se per caso ce lo mette?
Sono domande che il mefitico pentolone della clinica milanese sta scatenando in tutte le case italiane. Già siamo allenati dai casi di negligenza, di sciatteria, di corruzione, che ciclicamente i giornali riportano dal centro e dalle periferie di un sistema sanitario sgangherato. Sappiamo di appalti pilotati, di assunzioni clientelari, di bilanci truccati. Abbiamo buoni motivi per nutrire quanto meno un poco di diffidenza. Però bisogna riconoscerlo: non c’è paragone. Il caso Santa Rita surclassa tutto e tutti, sbancando con il suo bieco cinismo la speciale classifica della vergogna. Disgusto per disgusto, un conto è sapere che qualche medico più o meno luminare lucra guadagni esagerati sulla nostra guarigione, un altro è sapere che fonda i suoi guadagni sul nostro spietato massacro. Siamo nel campo dei paragoni allucinanti, ma è questa la reale novità, il satanico salto di qualità portato a galla dall’inchiesta milanese: se fino all’altro giorno potevamo eccepire sull’esosità di certa medicina, adesso dobbiamo temere la sua lucidissima avidità omicida.
Inutile negarlo: la scoperta è sconvolgente. Se non ci si può più fidare nemmeno del medico, è l’abisso. Nelle famiglie italiane, il medico è da sempre una figura centrale. Al medico si racconta tutto, al medico si confessa qualunque debolezza e qualunque paura, al medico soprattutto si affida a occhi chiusi la nostra più segreta risorsa, genericamente detta speranza. Nelle quattro mura del suo studio, uomini e donne tutti i giorni sottoscrivono la cambiale in bianco della speranza. Di guarire, di stare bene, di vivere a lungo.
Ma che cosa c’è, dall’altra parte della scrivania? Tanti onestissimi professionisti, risponderebbe giustamente l’Ordine dei medici. E così effettivamente risulta, per fortuna. Ma c’è un ma. Ci sono altri casi. Qualcosa non quadra, quando dall’altra parte c’è un professionista convinto d’essere anche azienda, un’azienda magari particolare, comunque con precisi e dichiarati fini di lucro. A quel punto, il paziente diventa una slot-machine. Una particolare macchina da soldi che tra l’altro permette solo vincite sicure: così indifeso, così disarmato, così sprovveduto, da concedersi docilmente, quasi infantilmente, a qualunque gioco d’azzardo.
La vergogna, unica e imperdonabile, che non può accettare difese corporative e cavilli garantisti, sta tutta qui. La vita ci offre quotidianamente un campionario sterminato di porcherie umane. Ma questa sta davanti a tutte, forse preceduta soltanto dalla pedofilia. La sua feroce peculiarità sta nel rapporto di forza tra chi conduce il gioco e chi lo subisce: da una parte il medico onnipotente, dall’altra il paziente totalmente disarmato. Il famoso primario opera di tumore il ragazzo che solo ha la tubercolosi: l’obiettivo non è la salute del ragazzo, l’obiettivo sono i ventimila euro del rimborso. Il ragazzo? Un pratico arnese per fare soldi. Quante storie, ogni lavoro ha i suoi attrezzi…

Da dove nascono, i casi Santa Rita? Certo da quattro farabutti nascosti sotto la corazza del camice bianco. Ma tutto sommato, risalendo molto all’indietro, qualche germe pericoloso sta anche in una visione molto nuova e modernista della professione. È da un po’ che pensando al futuro dei nostri figli mettiamo in fila, sullo stesso piano, tante affascinanti opzioni: potrebbe fare l’architetto, o l’ingegnere, o l’avvocato, o il giornalista, o il medico. Ecco, qui nasce il colossale equivoco. Il medico non può e non deve stare in questa lista. Può starci nei giochi dei bambini, quando sparano a raffica il cosa farò da grande. Ma è un gioco che al massimo può durare fino ai dieci anni. Poi, bisognerebbe che un’autorità superiore intervenisse per sgombrare il campo dalle fesserie, ristabilendo per decreto la verità: quello del medico non è un mestiere come un altro. È una professione sacra. Non si sceglie sfogliando la margherita. Per caso. O per ambiziosi progetti di fatturato personale. Chi lo sceglie deve sapere che un giorno si ritroverà tra le mani, in sedicesimo, le facoltà e i poteri di un creatore, che può togliere o restituire, peggiorare o migliorare la vita. Esagerazioni? Per ulteriori chiarimenti, rivolgersi alla ragazza martire della «Santa Rita», che a diciotto anni teme già di guardarsi allo specchio e di uscire con un ragazzo.
Cristiano Gatti

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Onore al guerriero dell’Occidente: George W. Bush

Pubblicato da peppecaridi su 11, Giugno, 2008

Onore al guerriero dell’Occidente

di Gianni Baget Bozzo

George Bush è atteso in Vaticano per la sua seconda visita. E il giornale della Santa Sede sottolinea, con titolo in prima pagina a grande rilievo, che vi sarà un «protocollo inusuale per l’udienza del Papa al presidente Bush». Dopo l’incontro privato, «il Papa e il Presidente compiranno una breve passeggiata nei giardini vaticani fino all’edicola della Madonna della Guardia, dove saranno attesi dal coro della Cappella Sistina». Un incontro tra grandi amici, evidentemente non solo in termini personali. Se si ricorda l’insistenza con cui Giovanni Paolo II si impegnò per dissuadere il presidente americano dall’intervento in Irak, si può comprendere che l’acqua passata sotto i ponti del Tevere e quelli del Potomac è tanta da cambiare la memoria storica. Ma il Papa vuole dire al Presidente americano che egli rappresenta qualcosa nella storia che non si identifica soltanto con il lungo dramma della guerra irachena. Bush rimane una figura in cui si esprime quel senso dell’Occidente che è, per il Papa, il segnale della permanenza della Cristianità nella modernità ed oltre.
Bush incontrerà anche Berlusconi, di cui ha riconosciuto la statura internazionale ed europea. Conosce bene l’impegno che il leader italiano ha messo per impedire la frattura tra Europa e America patrocinata dall’asse franco-tedesco con componente russa, e per far valere la solidarietà atlantica anche in un conflitto che rimaneva fuori zona rispetto ad essa. I nostri morti di Nassirya sono diventati emblematici di questa fedeltà del nostro Paese all’alleato americano, quando esso era impegnato nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan e nel Pakistan, contro quello disperso in Europa e infine contro Saddam Hussein.
Gli elettori americani non intendono girare la pagina della guerra irachena come fecero con la guerra vietnamita. Quelli che la considerano un errore, come i due candidati democratici, sanno bene che le sorti degli Stati Uniti e dell’Occidente sono ormai legate al permanere di una democrazia irachena che comprende sunniti, sciiti e curdi. Neanche Barack Obama può trattare l’Iran come Nixon trattò il Vietnam, lasciando il Paese in mano alla dittatura comunista dopo aver già vinto sul campo di battaglia. Bush rimane dunque qualcuno che ha qualcosa da dire e rimane l’uomo che ha risposto con la forza in Afghanistan e in Irak contro il sorgere di una sfida ideale all’Occidente, del pur illegittimo, califfato universale di Osama Bin Laden.
La sfida all’Occidente era ben chiara: voi sapete soltanto consumare, noi sappiamo anche morire. Era una provocazione radicale che riguardava l’essenza della civiltà, sia di quella cristiana dell’Occidente sia di quella islamica. Se la risposta all’11 settembre fosse stata affidata alla linea franco-tedesca che aveva preso forma in Europa, sarebbe apparso chiaro che l’Occidente non era in grado di affrontare i temi della forza e della morte. Al Qaida puntava su un cedimento morale che avvenne nel mondo franco-tedesco ma non in tutta Europa e in America. Il governo Berlusconi di allora può essere lieto di essere stato vicino alla coalizione che rispose con la forza alla violenza, non soltanto su terra afghana ma anche su terra irachena.

La volontà e la forza sono caratteristiche del Dio coranico e il Dio cristiano, che esprime la misericordia e la debolezza, ha dovuto nei secoli essere difeso con la forza. E Bush ha guidato una coalizione simile a quella che l’Europa cattolica contrappose, con gravissime perdite e sofferenze, alla tentata conquista islamica durata mille anni. In Irak e in Afghanistan il terrorismo ha perso la sua sfida radicale, quella della incapacità degli occidentali di usare la forza e di sfidare la morte. Il terrorismo è così caduto come sfida religiosa e morale e si è consumato in Irak e nel mondo arabo come terrorismo contro i sunniti o contro gli sciiti: un terrorismo intermusulmano. Ed ora l’intervento iracheno è un successo, ha potuto persino superare il conflitto tra il governo curdo in Irak e la Turchia. Il governo di Al Maliki sta accettando la permanenza americana oltre il mandato dell’Onu.

Se il sostegno a Israele nei confronti della minaccia iraniana del nucleare militare ha un senso, è perché Bush ha voluto combattere in Irak. Il Presidente americano sarà a Roma, ricevuto da Napolitano oltre che da Berlusconi. Egli è una figura che rimane, una figura significativa per la continuità tra Cristianità e Occidente, anche, e soprattutto, nei confronti del mondo islamico.
Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it

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