LA PAGINA – Peppe Caridi Live News

L’inchiostro è il mio campo, su cui posso scrivere valorosamente; la penna, il mio aratro; le parole, la mia semente.

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    Fuochi d'Artificio a Reggio Calabria

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    Fulmini e Saette nello Stretto di Messina

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Archivio per 27 Maggio 2008

IL METEONOTIZIARIO DI METEOWEB, METEOPORTALE DEL MEDITERRANEO

Pubblicato da peppecaridi su 27, Maggio, 2008

IL METEONOTIZIARIO DI METEOWEB, METEOPORTALE DEL MEDITERRANEO

Oggi è il 28/5/2008


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Previsioni del tempo per
Giovedì 29 Maggio 2008

Cartina di previsione per Giovedì 29 Maggio 2008

PREVISIONI DEL TEMPO :


Caldo infernale in molte zone d’Italia: durerà ancora qualche ora, ma è imminente il ritorno del maltempo violento al centro/nord.


Caldo record: 10 record battuti e 2 eguagliati tra Toscana, Lazio, Campania e Sicilia. E non è ancora finita.


Come mai il caldo in queste ore colpisce in modo particolare le Regioni centrali Tirreniche e la Sicilia settentrionale ?


Scilla & Cariddi: Caldo parzialmente moderato nello Stretto grazie ai forti venti di scirocco, durerà ancora 48 ore


Meteo in Toscana: temporanea ondata di caldo, ma una nuova perturbazione è in arrivo e porterà maltempo


Forte vento in Gallura, disagi al porto di Olbia


Forte scirocco in Sicilia: ancora isolate Pantelleria e Lampedusa


Nuova sede per la stazione meteo dell’Aeronautica Militare a Enna, in Sicilia

Aggiornato alle 00:08 del 28 maggio 2008

Pubblicato su Meteorologia, Scienza e Natura | Lascia un commento »

Messina: l’emergenza rifiuti continua, città allo stremo (le foto)

Pubblicato da peppecaridi su 27, Maggio, 2008

di Peppe Caridi

Quando, nell’autunno 2004, inizio a frequentare con costanza quotidiana la Città di Messina, mi ritrovo in un ambiente che già conosco parzialmente e che però per la prima volta “vivo” a tutti gli effetti.

Messina è una città nobile e antica, dalla storia gloriosa e dall’arte pregiata.

E’ una città per certi versi moderna, metropolitana e molto varia nella sua composizione sociale.

Non ho paura di affrontare la nuova fase della mia carriera di studi in un’altra città rispetto a Reggio, dove sono nato e dove ho vissuto intensamente la mia infanzia: non ho paura forse proprio perché studiare a Messina, per un Reggino, non vuol dire “studiare fuori”.

Pur frequentando le lezioni universitarie quotidianamente, essere “pendolari” non è un problema, soprattutto a “quei tempi”: sono passati solo 4 anni ma per quanto riguarda l’efficienza dei trasporti nello Stretto è come se fossimo tornati indietro di diversi decenni, ahimè.

Studiare a Messina, per un Reggino, è anche un po’ figo. E’ un po’ figo esattamente com’è, negli ultimissimi tempi, studiare a Reggio per un Messinese.

E’ un po’ figo perché in quattro e quattr’otto diventi esperto di aliscafi, trasporti, viaggi nello Stretto. Perché impari a memoria i negozi migliori di un’altra città, perché conosci bene tutti i posti di buona cucina siciliana, perché puoi indicare agli amici che vogliono andare a Messina dove gustare i rustici più buoni o i dolci prelibati. Perché sai rispondere alle domande che gli altri ti fanno, sentendoti un esperto anche se in realtà non lo sei.

E’ un po’ figo – inoltre – perché ci sono tantissimi giovani che lo fanno quindi è anche una moda.

Non che io sia attaccato a questo tipo di cose e non ho mai deciso nulla nella mia vita in base alle mode; ma a maggior ragione se dopo aver preso una decisione, si dimostra una decisione “da figo”, beh è certamente meglio rispetto ad un’altra che magari sarebbe stata etichettata “da sfigato”, no ?

In realtà la cosa che più mi piace di Messina, del fatto di studiare a Messina, è che mi ritrovo in una realtà civile e sociale completamente nuova rispetto a quella, che ben conosco, da cui provengo: sono in un’altra Regione, per giunta a Statuto Speciale, e qui per dire “Comune” non si dice “Palazzo San Giorgio” ma “Palazzo Zanca”. Per dire “Provincia” non si dice “Palazzo Foti” ma “Palazzo dei Leoni”. Per dire “Regione” non si dice “Catanzaro” (tsk!), ma “Palermo”: vuoi mettere ?

La curiosità che mi ha sempre animato verso “l’altro”, l’esterno e ciò che è al di fuori della mia culla d’infante, mi dà grande entusiasmo nella mia avventura messinese.

Le festività (patronali e non) sono nuove e completamente da scoprire; l’accento del dialetto, seppur abbastanza simile, ha tonalità e suoni differenti; la struttura cittadina è completamente diversa da Reggio poiché qui ci sono stradoni, c’è il tram, c’è una città che risale le colline solo in base alle “vallate” in cui scorrevano grandi fiumi, ognuno con una propria storia, ognuno con un proprio orgoglio folkloristico.

Dove adesso c’è Via Tommaso Cannizzaro, ad esempio, scorreva il Torrente Portalegna, così chiamato perché proprio tramite quel torrente, il legname tagliato e prodotto sui Peloritani arrivava al Porto, in alcuni casi direttamente da Antennamare, che a Messina chiamano tutti “Dinnamare”.

Giorno dopo giorno, scopro una città sempre più bella e più sorprendente: nonostante gli stereotipi nazionali siano maligni, la città cela grandi tesori, grandi ricchezze storiche e culturali, un grande patrimonio artistico e, in alcuni casi, architettonico.

Scopro, nel corso di questi ormai 4 lunghi anni, una città che sento mia, anche perché la cosa che più mi fa piacere riscontrare con il passare del tempo è che, in fondo, davvero Messina è un quartiere di Reggio così come Reggio è un quartiere di Messina: talmente poche e spicciole sono le differenze culturali, sociali e civili tra le due realtà, che pur con identità storiche differenti, oggi possono sentirsi parte di un unico tessuto urbano visto quanto si son volute estendere tanto da non lasciare quasi più spazio ad aree rurali e di campagna in riva allo Stretto, specie nelle zone costiere.

A Messina mi sento a casa sin da subito, perché è una città che mi ha accolto benissimo e che mi ha dato tanto.

A maggior ragione oggi sto davvero molto male a vederla così ridotta. A vedere la gente che, pur rischiando l’arresto e, ancor più grave, pur consapevole di sprigionare nella libera atmosfera sostanze seriamente nocive, è costretta ad appiccare fuoco ai cumuli di spazzatura che giacciono abbandonati nelle strade da ormai più di una settimana. “Costretta” perché altrimenti la spazzatura blocca la circolazione stradale, quella pedonale sui marciapiedi, e ogni attività commerciale.

Sto male perché vedo una città nobile e bella, che decade su se stessa. Sto male perché da quando “vivo” Messina ho assistito a tre tornate elettorali e ho visto insediarsi a Palazzo Zanca due sindaci e poi, rispettivamente, due commissari. E oggi vedo quegli stessi due sindaci sfidarsi tra loro per la riconquista della poltrona più prestigiosa a livello municipale. Riflettendo, faccio due calcoli e noto che a Reggio ci abbiamo impiegato 15 anni a fare lo stesso numero di tornate elettorali e di rinnovamento di giunte comunali, sostituendo però sindaci a sindaci (anzi, Sindaco a Sindaco in entrambi i casi con la “S” maiuscola), senza commissari.

Sto male perché non riesco a capacitarmi del fatto che oggi queste due città ancora non riescano a camminare insieme, perché una cresce (Reggio) ma non riesce a trainare l’altra che arranca, nonostante nella storia sia avvenuto il contrario per lunghissimi secoli.

Soffro perché quella città di commercio, di artisti, di nobiltà, di benessere, di arte, di dignitosa storia millenaria, oggi è piegata alla ‘monnezza.

E’ da diversi giorni che, camminando per le vie del centro (quindi quelle “meno sporche”) osservo cumuli di spazzatura infiniti tra un parcheggio e l’altro, tra un palazzo antico e uno moderno, tra un negozio di alimentari e un fast-food. Mi pizzico, per capire se sogno o son desto. Per capire se quel che vedo è reale, oppure un brutto incubo che non mi vuole abbandonare.

Per capire se davvero quella città che ha costretto gli Spagnoli a costruirsi una cittadella isolata nella zona falcata per contrastare, oltre ai nemici esterni, anche i cittadini di messinesi in rivolta (1674-1678), oggi possa essere talmente tanto spenta, assuefatta, talmente tanto “lenta” per dirla alla Celentano, talmente tanto ubriacata da secoli di storia brillante, da non riuscire a organizzare un sistema di raccolta dei rifiuti quanto meno sufficiente a far vivere la gente in modo consono alle esigenze di igiene e di salute che sono primarie per ogni essere umano.

Le immagini di martedì 27 maggio:


Peppe Caridi

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CANNOCCHIALE ROVESCIATO, di Massimo De Manzoni

Pubblicato da peppecaridi su 27, Maggio, 2008

CANNOCCHIALE ROVESCIATO

di Massimo De Manzoni

Lo hanno fatto con Verona; l’hanno ripetuto con Ponticelli; hanno creduto di aver trovato la prova definitiva con i fatti del Pigneto e oggi, vedrete, lo sosterranno anche a proposito di quanto accaduto a Fucecchio, dove un imprenditore ha ucciso a colpi di pistola un ladro che si era introdotto nottetempo nella sua villa. Storie diverse, ma con un denominatore comune: si prestano ad ammantare con la parvenza della verità (o almeno della verosimiglianza) la nuova parola d’ordine della sinistra, e cioè che il governo Berlusconi sta spingendo l’Italia verso una deriva xenofoba e giustizialista.
Il refrain è sempre lo stesso: «Inutile prendersi in giro», tuona il mite Antonio Polito dalle colonne del Riformista, riferendosi all’ipotizzato reato di clandestinità: «è stato creato un clima adatto ai raid come quello del Pigneto». Più raffinato, Adriano Sofri su Repubblica, sotto il sobrio titolo «Il paese dei giustizieri», parla di «impulso irresistibile a fare da sé, a mettersi in proprio, che va attraversando la penisola, dalle ronde alle passeggiate notturne ai roghi dei campi rom. Un episodio, diciamo, di sussidiarietà. Ritorna lo Stato, e l’intendenza lo precede, con la fanfara». Va per le spicce il direttore dell’Unità, Antonio Padellaro: «Esiste eccome un robusto nesso tra l’ondata di raid nazifascisti con morti (Verona) e feriti e l’incessante straparlare di fermezza da parte della destra». Priva di dubbi anche la graziosa quanto partigiana (quindi molto partigiana) Rula Jebral: «Così si finisce per autorizzare lo sviluppo e la diffusione della giustizia fai da te. Ecco dove porta la logica delle ronde». Salvo poi annaspare alla domanda: che cosa fare? «Il processo d’integrazione sta subendo delle preoccupanti battute d’arresto. Bisogna ripartire da capo». Da dove? Semplice: da capo. Qualunque sia questo «capo».
L’effetto è straniante, come quello di chi guarda il mondo con un cannocchiale rovesciato. Il sintomo diventa la causa. E il medico, o l’aspirante tale, si trasforma nell’untore. Tutto per il rifiuto di riconoscere un dato di fatto, e cioè che anni passati a nascondere sotto il tappeto il problema delinquenza e il problema immigrazione illegale (spesso, anche se non necessariamente, intrecciati tra loro) hanno portato a uno stato di esasperazione che sfocia in episodi disgustosi o, ancor peggio, serve da paravento a fuorilegge che in questo clima consumano regolamenti di conti, allungano le mani sul territorio (Pigneto), difendono i loro loschi traffici (Chiaiano). Per negare tutto questo, si riporta a zero l’orologio della storia. Come se prima del 14 aprile scorso l’insicurezza non fosse un nodo che serrava la gola a parte del Paese. Come se ai tempi in cui il premier aveva le fattezze finto-bonarie di Prodi non ci fossero imprenditori che uccidevano i ladri, tensioni con gli zingari, raid a sfondo razzista.
In realtà affrontare di petto la questione criminalità e la questione immigrazione è, all’opposto di quanto si sostiene, l’ultima speranza di fermare la deriva razzista che l’ignavia passata purtroppo ha già avviato. Molti di quelli che oggi sparano sul governo probabilmente lo sanno, ma si rifiutano di ammetterlo anche a se stessi.C’è un esempio che illustra meglio di ogni altro discorso la malafede con cui si cerca di far passare l’unico messaggio a cui una parte politica ancora sotto shock affida la propria affermazione di esistenza in vita come «opposizione». Quando a Verona, all’inizio del mese, fu ucciso a calci e pugni il povero Nicola Tommasoli, tutti i giornali d’Italia, di destra o di sinistra, mandarono nella città scaligera i loro inviati. E tutti, indistintamente, riportarono testimonianze che raccontavano come da anni alcuni giovinastri percorressero di notte le vie del centro cercando e spesso trovando la rissa, sfogando una violenza per la violenza che di politico ha davvero poco («griffe delle quali neppure comprendono il significato», ha definito lo psichiatra Vittorino Andreoli i simboli nazisti sfoggiati da alcuni di loro). Ripeto, la storia durava da anni: anche quando al governo non c’era Berlusconi ma un professore di Bologna, anche quando sindaco della città non era il leghista Tosi bensì il prodiano Zanotto.
Ma le cronache che questo (spesso loro malgrado) illustravano, erano corredate dai commenti dei vari Colombo, Padellaro, Lerner, Sansonetti, Parlato, Polo che ci spiegavano come l’omicidio fosse frutto del clima avvelenato creato dalla vittoria del centrodestra alle elezioni politiche. Come dire: mai lasciare che la verità rovini la favola cattiva che vogliamo narrare…
Massimo de’ Manzoni – www.ilgiornale.it

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