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Archivio per 22 Maggio 2008

L’ORNITORINCO E I MISTERI DELLA SCIENZA

Pubblicato da peppecaridi su 22, Maggio, 2008

La ricerca di un’équipe internazionale pubblicata su Nature conferma un mix genetico
Provata la lontana parentela con gli umani in un antenato vissuto 170 milioni di anni fa

Il mistero dell’ornitorinco
a metà tra uomo e uccello

di CRISTINA NADOTTI

www.repubblica.it

<B>Il mistero dell'ornitorinco<br>a metà tra uomo e uccello</B>Un esemplare di ornitorinco

ROMA - Che l’ornitorinco è un animale strano lo si vede subito. Sembra un peluche messo insieme recuperando un pezzo qua e uno là da pupazzi diversi: il becco di un’anatra, la coda di un castoro, il corpo di una nutria e le zampe di un coccodrillo, con il tocco estroso delle membrane a unire gli unghioni. I genetisti sono però andati dietro l’immediata apparenza di questo mammifero così atipico e hanno scoperto che le sue stranezze sono scritte nei suoi geni, un miscuglio ancora più complesso di quanto lasci immaginare il suo aspetto.

La rivista Nature ha pubblicato ieri i risultati del lavoro fatto in équipe da laboratori in Europa, Stati Uniti e Australia per sequenziare il genoma dell’ornitorinco, uno studio che ha permesso di vedere in che modo le caratteristiche di rettili, uccelli e mammiferi sono unite in un solo animale. E certo, in quanto mammifero l’ornitorinco è anche un nostro parente, una relazione che fino a oggi è stata difficile da provare, se non per il fatto che, pur facendo le uova, allatta i suoi piccoli. Ora, grazie alla collaborazione di Glennie, una femmina di Ornithorhyncus anatinus dalla quale sono stati prelevati i campioni da analizzare, i ricercatori hanno accertato che la parentela tra l’uomo e l’ornitorinco c’è, ma è davvero lontana, rintracciabile in un antenato in comune con noi e altri mammiferi vissuto circa 170 milioni di anni fa.

Un antenato che era un miscuglio tra un rettile e un mammifero, ma condivideva con gli uccelli il sistema di determinazione del sesso. Lo prova oggi il Dna dell’ornitorinco, nel quale ci sono cinque coppie di cromosomi che concorrono a determinare il sesso di un individuo e non una, come nei mammiferi, una differenza numerica che richiama, appunto, il sistema degli uccelli. Andare a frugare nel genoma dell’ornitorinco è stato per i ricercatori come fare un salto indietro nel tempo. Hanno scoperto, dice Jrgen Schmitz dell’Università di Munster, “una eccezionale chimera” nella quale l’evoluzione genetica è avvenuta in modo del tutto peculiare rispetto alle specie con le quali divide alcune caratteristiche.

Un esempio è il veleno, che l’ornitorinco secerne da uno sperone delle zampe posteriori. È una delle particolarità che lo avvicinano ai rettili, insieme al metabolismo diverso e la bassa temperatura basale, e lo differenziano dai mammiferi, nessun esemplare dei quali produce veleno. I ricercatori si aspettavano di trovare tracce dell’evoluzione di questo veleno in comune tra l’ornitorinco e il serpente. E invece no, anche in questo l’ornitorinco è stato a suo modo creativo, il suo veleno si è sviluppato, a livello proteinico, in modo diverso da quello dei rettili.


(9 maggio 2008)

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MARA CARFAGNA: BASTA PRECONCETTI, UN MINISTRO “CON LE PALLE”

Pubblicato da peppecaridi su 22, Maggio, 2008

Sì, è proprio il caso di dirlo. Mara Carfagna è un ministro “con le palle”, sicuramente molte più “palle” rispetto quegli uomini che l’hanno preceduta.

E non solo perchè ha deciso di non dare il patrocinio del ministero (ci mancherebbe anche) all’inutile e vomitevole gay-pride, ma anche perchè sta superando giorno dopo giorno, pian piano, tutti quegli stereotipi che il Paese intero, bisogna dire, ha avuto sulla sua figura.

S’è trovata di fronte una marea di preconcetti, solo perchè l’aver fatto la valletta qualche anno fa l’ha etichettata con un certo tipo di modello secondo cui, per un certo tipo di intellettuali all’antica, il fatto che una ragazza di spettacolo non possa entrare in politica.

Eppure di casi storici ne abbiamo avuti tantissimi, e in molti casi anche positivi: Ronald Reagan, ad esempio, uno dei più grandi Presidenti della storia (specie della storia del ‘900) degli Stati Uniti d’America, fu attore prima di essere “capo” degli U.S.A.

Mara Carfagna s’è adattata benissimo al ministero delle pari opportunità, ed ha imparato a confrontarsi con i “maghi” veterani della politica che fanno questo mestiere da tantissimi anni.

“I Gay Pride non servono” – ha dichiarato “le manifestazioni degli omosessuali hanno obiettivi che non condivido. Io sono pronta ad occuparmi di contrasto alle forme di discriminazione e di violenza. Sono pronta a dare patrocini a seminari e convegni che si occupano di questi problemi”. E invece, i Gay Pride, che obiettivo hanno? – le chiede un giornalista del Corriere della Sera – “Penso che l’unico obiettivo dei Gay Pride sia quello di arrivare al riconoscimento ufficiale delle coppie omosessuali, magari equiparate ai matrimoni. E su questo certo non posso esser d’accordo”.

Prosegue l’intervista:

«Io credo che l’omosessualità non sia più un problema. Perlomeno così come ce lo vorrebbero far credere gli organizzatori di queste manifestazioni. Sono sepolti i tempi in cui gli omosessuali venivano dichiarati malati di mente. Oggi l’integrazione nella società esiste. Sono pronta a ricredermi. Ma qualcuno me lo deve dimostrare».

È convinta il ministro Carfagna: «Sono pronta ad agire su casi concreti e reali. Qualcuno che mi venga a dire che un omosessuale non è stato assunto per via della sua tendenza. O che sempre per tendenze sessuali venga negato un affitto o qualsiasi altro diritto. Allora sì che intervengo».

Parla anche dei suoi amici il ministro Carfagna: «Sì, i miei amici omosessuali non mi dipingono una realtà così tetra per gli omosessuali del nostro Paese. Per questo, invece, sono pronta a sollecitare il nostro ambasciatore italiano presso le Nazioni Unite perché si faccia portavoce della richiesta della depenalizzazione universale dell’omosessualità».

E così si conclude: Non soltanto gay. «Disabili. Anziani. Bambini: ce ne è di problemi di pari opportunità nel nostro Paese», rilancia il ministro Carfagna. E spiega: le associazioni nazionali dei gay dicono che in due anni ci sono stati 12 casi di vittime di violenza omosessuale? Ma hanno presente i dati della violenza e della molestia sessuale sulle donne? Almeno 6-7 milioni ogni anno».

Fantastica.

Ancor più bella di quando posava semi-nuda in tv.

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Da www.ilmessaggero.it

Pubblicato da peppecaridi su 22, Maggio, 2008

Maltempo: notte di paura a Monteverde, l’Aniene
esonda a Montesacro, sgomberate 5 famiglie

ROMA (22 maggio) – Ancora maltempo e allagamenti a Roma. Cinque famiglie sono state sgomberate oggi dalle loro abitazioni, in via Levanna, a Montesacro, dopo l’ennesimo straripamento dell’Aniene. Gli appartamenti sono stati sgomberati intorno alle 15 dagli uomini della protezione civile che sono intervenuti con un’idrovora per liberare le abitazioni dall’acqua.

Panico la notte scorsa a Monteverde. Poco dopo le 2 di notte uno smottamento del terreno, causato probabilmente dalle abbondanti piogge di questi giorni, ha messo in pericolo gli abitanti di un condominio di via Luigi Ceci, vicinoa circonvallazione Gianicolense. La situazione si è aggravata quando la frana ha anche un camion Iveco a quattro assi, che era rimasto in bilico e minacciava di precipitare contro la facciata di una palazzina. Per misura precauzionale carabinieri e vigili del fuoco hanno allontanato quattro nuclei familiari che abitavano al piano terra e al primo piano della palazzina, nella zona che risultava a rischio, poi il camion è stato messo in sicurezza e gli inquilini hanno potuto fare rientro nelle loro case.

A Tivoli il sindaco chiede stato di calamità, evacuate 100 persone. Un centinaio di persone sono state fatte evacuare questa notte da alcune villette di via dell’Albuccione, nel Comune di Tivoli, a causa dell’esondazione del fiume Aniene. Gli uomini della protezione civile intervenuti sul posto hanno deciso lo sgombero delle villette nelle quali le famiglie vivevano allagate dall’acqua.Giuseppe Baisi ha chiesto lo stato di calamità. L’amministrazione comunale ha messo a disposizione alcune camere in due hotel della cittadina per ospitare 41 persone rimaste senza casa e che non aveno parenti o amici dove trovare ospitalità. «Abbiamo stabilito insieme all’assessore al bilancio Antonio Picarazzi – ha proseguito il sindaco – che la Giunta comunale nella riunione straordinaria stanzierà i primi fondi necessari per gli interventi di ripristino e bonifica e chiederà alla Regione Lazio di impegnarsi economicamente anche per il risarcimento dei danni provocati nel nostro territorio dal maltempo e dalle esondazioni del fiume sia alle abitazioni sia alle attività artigianali, commerciali e industriali. Chiederemo inoltre alla Protezione civile, all’Ardis, alla Regione Lazio, all’Enel e a tutti gli altri enti interessati una riunione urgente per analizzare nel dettaglio le cause di quanto accaduto e per predisporre tutte le misure necessarie affinché siano prevenute e scongiurate, per quanto possibile, altre situazioni come quelle accadute ieri».

Frane nel nord della Ciociaria. Frane, strade rotte, scuole chiuse e danni all’agricoltura, soprattutto a Trevi nel Lazio, dove l’Aniene ha rotto gli argini allagando i campi coltivati. Questa mattina le condizioni del tempo sono un po’ migliorate. Intanto a Serrone, vicino a Fiuggi, è stata chiusa via IV Novembre. La strada comunale è stata interdetta al traffico dopo uno smottamento.

Allagamenti nella notte. Sono stati complessivamente circa 200 gli interventi nelle ultime 72 ore per soccorso tra Roma e provincia. Molte le richieste arrivate al 112 per allegamenti e alberi abbattuti, in particolare a Velletri, S.Vito Romano, Colleferro, Arsoli, San Vittorino e Vicovaro.

19 interventi a Roma. Sono stati 19 gli interventi effettuati dai vigili del fuoco a Roma tra le 20.00 di ieri sera e le 8 di questa mattina per allagamenti dovuti al maltempo. I vigili del fuoco hanno inoltre messo a segno 13 interventi per alberi pericolanti o caduti, 5 interventi per frane, smottamenti e valanghe e 5 interventi per danni d’acqua in genere.

Vigili salvano famiglia rom. Una famiglia rom del campo nomadi di via di Salone è stata salvata stamani, alle 7.30 circa, dai vigili del fuoco. La baracca nella quale viveva, si era completamene allagata per l’esondazione dell’Aniene. I rom avevano trovato riparo, durante la notte, sul tetto della loro baracca che era stata invasa dall’acqua e, per trarli in salvo, è stato necessario l’intervento dell’elicottero dei vigili del fuoco.

Riaperta circolazione a Tivoli. Alle 7, la polizia stradale ha potuto riaprire alla circolazione, nella zona di Tivoli, la via Maremmana inferiore, che era stata chiusa da ieri, quando l’Aniene aveva rotto gli argini, nel tratto tra la via Tiburtina e il casello della A24. È stato poi riaperto anche il casello dell’uscita di Tivoli della A24.

Ieri i problemi più gravi sono stati dati proprio dalle esondazioni dell’Aniene. Circa 150 persone, tra le quali una trentina di bambini, evacuate dalle loro abitazioni in località Albuccione, nel comune di Tivoli, e rischiano di passare la notte in strada in attesa di una sistemazione.

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Giappone, la fusione fredda funziona. Riuscito l’esperimento del prof. Arata

Pubblicato da peppecaridi su 22, Maggio, 2008

www.ilmessaggero.it

di Laura Bogliolo
ROMA (22 maggio) – La fusione fredda sembra funzionare correttamente. Parola, anzi “fatti” di Yoshiaki Arata, 85 anni, una vita per la ricerca, che oggi, alle 19.30 ora locale all’Università di Osaka in Giappone, in un esperimento aperto al pubblico di esperti e a pochissimi giornalisti, ha sconvolto ogni teoria scientifica.

L’esperimento.
La prova è stata compiuta inserendo in un contenitore di acciaio riempito di deuterio gassoso nanoparticelle di una lega composta da palladio-zirconia. Il professore ha osservato le reazioni termiche e ha calcolato che il calore sprigionato è di 100 volte più forte se si fosse utilizzato l’idrogeno. L’energia sprigionata ha attivato un piccolo motore termico che ha azionato, a titolo dimostrativo, un ventilatore o un piccolo alternatore che ha acceso dei Led. Alla fine dell’esperimento Arata ha riscaldato le nanoparticelle di palladio e analizzato il gas rimasto intrappolato. Dall’analisi è emerso che si trattava di Elio 4, prova che c’è stata una fusione fredda. Con 7 grammi di palladio-zirconia si calcola che siano stati prodotti oltre 100 k-joule, reazione cento volte più intensa di qualunque reazione chimica nota.

Arata phenomena. La fusione fredda, ossia la Condensed-matter-nuclear-science, dunque sembra funzionare. Alla fine dell’esperimento il pubblico riunito ha deciso di chiamare la scoperta “Arata phenomena”, decisione che ha emozionato il professore che ha ringraziato con un solenne inchino.

L’opinione degli esperti. Un grande passo nella ricerca scientifica quindi, come conferma Francesco Celani, primo ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. «Si apre una nuova possibilità – ha spiegato Celani – in questo modo non vengono prodotti elementi radioattivi». Celani, collega e amico di Arata, subito dopo l’esperimento ha sentito il professore giapponese. «Mi ha detto che stava festeggiando – ha raccontato Celani – era molto contento, e scherzando mi ha detto che stava bevendo finalmente vicino a una bottiglia di sachè e non a una bobola in acciaio con deuterio…». L’esperimento rimane comunque dimostrativo come sottolinea il professore di fisica nucleare: «Le nanoparticelle di palladio sono estremamente costose – spiega Celani – la loro fabbricazione è complessa. Sulla Terra c’è poca disponibilità del materiale, la sua concentrazione è di 5 volte superiore a quella dell’oro, ma non basta». Il palladio è la stessa sostanza che viene usata anche per purificare i gas di scarico tramite le marmitte cataliche. Ogni marmitta ne contiene un grammo. La nuova frontiera quindi è trovare materiale che si comporti come il palladio ma costi di meno.

Si aspetta la pubblicazione scientifica. Il fisico Carlo Cosmelli, dell’università di Roma La Sapienza sottolinea che «negli ultimi anni le dimostrazioni sulla fusione fredda sono state numerose, ma nessuna è stata significativa». Soprattutto in Giappone, in Francia e negli Stati Uniti sono stati presentati test che però, una volta ripetuti a distanza di mesi da altri gruppi di ricerca, hanno dimostrato che l’energia prodotta alla fine era equiparabile a quella dell’energia immessa. «Inoltre – ha aggiunto Cosmelli – mi aspetterei che l’annuncio di un successo fosse accompagnato da una pubblicazione scientifica».

La fusione fredda. Da circa 20 anni molti scienziati fanno test sulla fusione fredda, ossia il processo di fusione di atomi con sviluppo di energia che riproduce a temperatura ambiente fenomeni analoghi a quelli che avvengono nel cuore delle stelle. Spesso si usano materiali molto semplici, sulla scia di quanto fecero il 23 marzo 1989 i chimici dell’università americana dello Utah, Martin Fleischmann e Stanley Pons.

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Scajola: “Nucleare entro cinque anni”

Pubblicato da peppecaridi su 22, Maggio, 2008

Finalmente anche l’Italia si attrezzerà delle strutture che riusciranno a garantire il nostro fabbisogno energetico dimezzando i costi e migliorando le condizioni economiche: dopo oltre 20 anni dal referendum dell’autunno 1987, fortemente condizionato dal disastro di Cernobyl, finalmente il governo interpreta con forza la volontà popolare che è quella di riscoprire il nucleare grazie alle tecnologie di nuova generazione che garantiscono sicurezza e salvaguardia dell’ambiente: lo sviluppo sostenibile, che è una delle più grandi sfide per l’umanità all’inizio del terzo millennio.
Anche perchè tutti i Paesi intorno al nostro sono dotato di centrali nucleari (vicino al confine) quindi in caso di disastro ne subiremmo le conseguenze come se fossero a casa nostra. Allora perchè comunque non goderne dei benefici e continuare la scandalosa situazione di dipendenza-energetica che l’Italia oggi subisce ?
PEPPE CARIDI

www.ilgiornale.it

Roma – L’Italia tornerà al nucleare in cinque anni. Il governo tira dritto, incurante delle forti polemiche che inevitabilmente si accenderanno, e fissa tempi certi. Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, lo dice chiaramente davanti agli industriali: “Entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione” ha affermato intervenendo all’assemblea annuale di Confindustria. Il rientro è necessario per abbassare i prezzi dell’energia e assicurare il mix di fonti di cui l’Italia, eccessivamente dipendente da petrolio e gas, ha bisogno. E il governo, assicura Scajola, onererà “con convinzione e determinazione il solenne impegno della scelta del nucleare”.

Le imprese E dalle principali imprese, come Enel, arriva subito un “siamo pronti”. La richiesta di tornare a investire nell’energia nucleare è arrivata pochi minuti prima che Scajola intervenisse dal neopresidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, nel suo primo discorso all’assemblea degli industriali. “È tempo di tornare a investire nell’energia nucleare, settore dal quale ci hanno escluso più di vent’anni fa decisioni emotive e poco mediatiche”. Le imprese italiane sono pronte per il rientro in 5 anni in una tecnologia cui gli italiani hanno già detto no con un referendum nel 1987? Enel ha risposto subito all’appello: “Siamo pronti” ha detto l’ad Fulvio Conti. «Siamo all’interno di un percorso realizzabile. Bisogna avere un quadro normativo aggiornato e una forte spinta condivisa da parte del territorio. Da un punto di vista tecnico Enel è più che pronta”. Anche Edison è pronta a fare la propria parte, ha assicurato il numero uno Umberto Quadrino. “È particolarmente condivisibile – ha detto Quadrino – l’apertura del nuovo governo al nucleare e più in generale alla diversificazione del mix energetico. Edison è pronta a fare la sua parte e lavorare con il governo alla realizzazione del piano”.

Le proteste E se già Legambiente promette di fare una battaglia durissima al nuovo governo su questo terreno, critica anche la posizione del ministro dell’Ambiente del governo ombra, Ermete Realacci: il rilancio del nucleare è una scelta “ideologica, anti-economica e assolutamente controproducente per gli interessi del Paese”.

Nucleare, dopo il referendum 20 anni di stop tra le polemiche

Milano – L’Italia è pronta, nelle intenzioni del Governo, a ripartire sul fronte nucleare: dopo 21 anni da quel referendum che l’8 ed il 9 novembre del 1987 vide gli italiani dire “no grazie” all’atomo, il ministro per lo sviluppo Economico, Claudio Scajola, annuncia infatti che entro il 2013 sarà posta la prima pietra di un gruppo di centrali nucleari in Italia. Se le intenzioni riusciranno a tradursi in realtà, per la pensiola di tratterebbe di un “ritorno”: per venti anni il paese ha avuto centrali nucleari e prodotto energia dall’atomo. Ecco le principali tappe della vicenda dall’inizio dell’uso del nucleare, all’addio del 1987 fino alla riapertura arrivata oggi:

Vent’anni di nucleare Per circa vent’anni l’Italia, dal 1960 al 1980, ha prodotto e utilizzato energia nucleare grazie a quattro centrali elettronucleari ex Enel (Caorso, Trino Vercellese, Garigliano e Latina) e di altri impianti nucleari ex Enea del ciclo del combustibile.

Nucleare? No grazie Anche sull’onda emotiva dell’incidente di Chernobyl, avvenuto nell’aprile del 1986, l’Italia decise di affidare la scelta sul nucleare ad una consultazione popolare. Il referendum abrogativo si tenne l’8 e il 9 novembre e vinse il sì all’addio all’atomo con oltre il 71%.

Le scorie, la Sogin In seguito al referendum iniziò un programma di dismissione delle centrali nucleari. Ma per lungo tempo fu sostanzialmente eluso il problema delle scorie. Nel 1999 fu disposto un piano strategico e definito un accordo di programma con le Regioni. Parallelamente, fu affidato a Enel il compito di costituire la Sogin, società per lo smaltimento delle centrali elettronucleari dimesse, la chiusura del ciclo del combustibile e le attività connesse e conseguenti.

Il caso Scanzano Nel novembre 2003 il governo approva il cosiddetto decreto “Scanzano”, in base al quale tutti i rifiuti e i materiali nucleari esistenti in Italia vengono sistemati in un deposito nazionale geologico (e non di superficie) da realizzare nel comune di Scanzano Jonico, in Basilicata. La decisione provocò dure reazioni politiche e da parte delle comunità locali e degli ambientalisti, fino al fallimento dell’operazione.

Le scorie vanno in Francia La scorsa legislatura ha deciso trasferire all’estero il combustibile irraggiato, anzichè stoccarlo temporaneo nei siti con un accordo tra Sogin e Areva che, al termine di una gara internazionale, prevede che 235 tonnellate di rifiuti vengano inviate in Francia.

Già 13 anni fa riprese il dibattito L’allora ministro dell’industria Alberto Clò dice che l’Italia è pronta a riaprire al nucleare: “Abbiamo intenzione – annunciò nel 1995 – di riprendere il discorso, mai chiuso completamente, su basi nuove, con nuove capacità di ricerca e nuove tecnologie”.

Enel rientra nel settore all’estero Due anni fa il gruppo elettrico italiano decide di tornare nel nucleare, ma all’estero, per riaquisire competenze. La società acquisisce una Sloveske Electrarne, società Slovena. Oggi il 12% dell’elettricità prodotta nel mondo dal gruppo è nucleare.

Scajola: entro 5 anni centrali in Italia Entro il 2013, la fine cioè della legislatura, saranno avviati i lavori per la costruzione “di un gruppo di centrali di nuova generazione”, annuncia dalla assemblea di Confindustria il ministro per lo sviluppo economico, Claudo Scajola.

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Che errore un figlio concepito senza papà

Pubblicato da peppecaridi su 22, Maggio, 2008

di Eugenia Roccella

Il Parlamento inglese, nonostante i dubbi dell’opinione pubblica e gli allarmi degli esperti, ha varato la nuova normativa su fecondazione umana ed embriologia, consentendo tra l’altro la creazione di embrioni misti uomo-animale. Una sperimentazione nata già vecchia, senza futuro, e sconvolgente dal punto di vista etico: eppure, la Gran Bretagna insiste, cercando di recuperare una leadership nella ricerca scientifica che ha ormai perduto.
Una settimana fa il Times aveva pubblicato la lettera di un gruppo di autorevoli scienziati che esprimevano perplessità tanto forti da arrivare a una critica diretta ad alcuni colleghi: «Che i ricercatori dichiarino, senza possedere alcuna prova, che la negazione di permessi, finanziamenti o consenso per un particolare linea di ricerca “ritarderà lo sviluppo di rimedi a malattie incurabili”, è irresponsabile, ingiustificabile e soprattutto, iniquo verso i pazienti». Tra le firme, c’è anche quella di un’italiana: Letizia Mazzini, la neurologa che nel 2002 ha tentato di curare Luca Coscioni con l’autotrapianto di staminali.
Ma nonostante le critiche della comunità scientifica, gli embrioni misti si faranno, in tutte le varianti possibili e immaginabili: embrioni ottenuti mischiando gameti umani e animali (seme umano e ovociti animali, o viceversa), embrioni umani alterati dall’introduzione di Dna animale, embrioni umani modificati con l’immissione di cellule animali, e i famosi cibridi, ancora embrioni misti, ottenuti con la tecnica del trasferimento nucleare (la cosiddetta clonazione terapeutica). Queste creature da laboratorio sono destinate a essere distrutte entro il 14° giorno, per tentare di ottenerne cellule staminali.
Eppure dopo la scoperta di Shnya Yamanaka, il giapponese che ha trovato il metodo per far ringiovanire cellule somatiche adulte, gli esperimenti di clonazione terapeutica erano stati abbandonati persino da chi li aveva inventati, o perlomeno resi famosi. Come Ian Wilmut, noto a tutto il mondo per aver clonato la pecora Dolly, il quale, appena venuto a conoscenza degli esperimenti di Yamanaka, annunciò con clamore che avrebbe immediatamente abbandonato le ricerche sulla clonazione, perché la tecnica si era rivelata inefficiente e fallimentare. E va anche detto che il tentativo di creare embrioni misti non è nuovo: è stato già fatto dall’americano Robert Lanza, che però ha confessato che l’incompatibilità fra Dna umano e animale ha costituito un ostacolo insormontabile. Gli inglesi, però, insistono: dopo aver investito moltissimo nella clonazione, applicando il massimo di deregulation etica possibile, deve essere davvero difficile ammettere l’errore, e invertire totalmente la rotta. Tanto difficile che il criterio del «no ai limiti etici» è stato applicato anche alle nuove regole per la fecondazione assistita e l’aborto. Non si è voluto abbassare il limite per l’interruzione di gravidanza, attualmente a 24 settimane, nonostante le nuove tecniche mediche offrano buone possibilità di sopravvivenza ai prematuri già a 22 settimane. Si è invece ritenuto superfluo il ruolo del padre nella procreazione assistita; se prima si chiedeva che ci fosse una figura maschile di riferimento (non necessariamente un compagno, bastava qualcuno che incarnasse «un modello di ruolo maschile») oggi anche questa blanda richiesta è scomparsa. Del padre resta solo la traccia biologica, senza volto e nome. Accade così anche negli Usa, dove il «gruppo 1476» riunisce tutti i bambini nati dal generoso donatore di seme nascosto dietro l’anonimo numero. Nel loro sito Internet salutano i visitatori con un «Welcome to the Donor 1476 family site», benvenuti nel sito della famiglia del donatore 1476.

Eugenia Roccella
*Sottosegretario al Welfare

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L’inutile panico degli antimoderni

Pubblicato da peppecaridi su 22, Maggio, 2008

di Giordano Bruno Guerri

Ho sbagliato a dare del nonno a Massimo Fini, che infatti ha reagito come un ragazzo, piccato nelle sue convinzioni, senza riflettere su ciò che un «antenato» come me naturalmente sottintende. Non chiudo gli occhi davanti allo strazio che i media provocano nelle teste delle nuove generazioni e non nego una certa forma di rimpianto per dei costumi pieni di grazia ed eleganza ormai perduti. Davanti a queste constatazioni però, lascio perdere le nostalgie e preferisco pensare al migliore utilizzo possibile degli innegabili vantaggi che la modernità ci ha regalato: per esempio internet. È soltanto deleteria la saudade per un passato che, fisiologicamente, doveva finire. Il futuro è adesso: non dimentichiamo ciò che è stato, per dovere storico e morale, e magari versiamo anche un lacrimuccia ogni tanto, ma poi cerchiamo di non fermarci lì.
Quanto a limitare lo sviluppo, vallo a dire ai cinesi e agli indiani. O al rappresentante di quello Stato africano che, con la semplicità dei poveri, in un congresso sui pericoli dell’inquinamento, dichiarò: «Noi, prima di tutto, dobbiamo pensare a mangiare». Un rallentamento unilaterale dell’Occidente sarebbe un suicidio e un danno per tutti. La «modernità» non è morta né morirà, perché il progresso e la voglia di nuovo fanno parte della natura umana, ne sono anzi la molla più vitale. Andare nel panico per questa crescita, questo sviluppo, proponendo soltanto di tagliare le unghie ai nostri desideri, mi ricorda quel Papa medievale che, quando venne inventato il modo di variare traiettoria e gittata delle catapulte, annunciò che il mondo stava per autodistruggersi.
E quindi volemmose bene, caro Massimo, come avrebbero detto ai tempi che tanto ti piacciono.
Giordano Bruno Guerri
www.giordanobrunoguerri.tribunalibera.com

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A Travaglio, Travaglio e mezzo

Pubblicato da peppecaridi su 22, Maggio, 2008

di Filippo Facci

Ad Annozero, questa sera, Marco Travaglio potrà essere zittito in uno dei seguenti modi: 1) Tu sei andato in vacanza con un tizio poi condannato per favoreggiamento di un mafioso, già prestanome di Provenzano; 2) Tu hai telefonato a un siciliano, uno che faceva la spia per un prestanome di Provenzano, e gli hai chiesto un aiuto per la villeggiatura in Sicilia; 3) La tua famiglia e quella di Pippo Ciuro, poi condannato per aver favorito le cosche, si frequentavano in un residence consigliato da Ciuro e si scambiavano generi di conforto; 4) Il procuratore di Palermo Pietro Grasso, sul Corriere, scrisse che tu facevi «disinformazione scientificamente organizzata» e speriamo che il tuo amico Pippo Ciuro con tutto questo non c’entri nulla; 5) Renato Schifani frequentò delle persone che sono state inquisite 18 anni dopo, ma tu ne hai frequentata una che è stata arrestata per favoreggiamento mafioso pochi mesi dopo; 6) Tu non sei il presidente del Senato, è vero, sei peggio: perché vai in giro a fare il moralista e poi la tua famiglia sguazzava in piscina con un favoreggiatore di mafiosi. Eccetera. Le suddette sono frasi a loro modo ineccepibili, non querelabili, anzi: sono tutti «fatti» come direbbe Travaglio. Il quale ha una sola fortuna: non ha dietro un Travaglio che certe infamie gliele ripeta di continuo in libri e articoli e comparsate ben pagate dal contribuente. Ma si potrebbe sempre imparare.

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Finalmente lo Stato si riprende il territorio

Pubblicato da peppecaridi su 22, Maggio, 2008

di Gianni Baget Bozzo

Ritornano i prefetti. Ritornano nelle candidature a parlamentare. Ritornano ovunque il problema della legalità si scontri con quello dell’ordine pubblico e la vocazione recente del nostro popolo all’anarchia appare ormai come una cattiva abitudine. Ritorna dunque Giovanni Giolitti, uomo che seppe fare dei prefetti il passaggio dalla posizione reazionaria di Umberto I all’apertura verso i sindacati e i socialisti del primo regno di Vittorio Emanuele III. Giovanni Giolitti andrebbe ricordato come il vero difensore sia dello Stato unitario che della democrazia. Fu contro la sua maggioranza parlamentare, a lui sempre fedelissima, che Vittorio Emanuele III firmò in segreto il trattato di Londra che lo impegnava a intervenire in guerra contro l’Austria con la Francia e l’Inghilterra. Fu lui che mandò i soldati a chiudere la Reggenza del Carnaro, la prima forma di fascismo in chiave solo immaginaria, con il «vate» Gabriele D’Annunzio. Fu lui, con la sua maggioranza, che chiese a re Vittorio di proclamare lo stato d’assedio e di impedire la marcia su Roma.
È ora che il Popolo della libertà ritrovi le sue radici nel liberale che cercò di far convivere la monarchia dei Savoia con la democrazia e impedire il fascismo. È ora che Berlusconi vada oltre De Gasperi e Sturzo e anche oltre Matteotti e Turati per trovare il suo fondamento liberale dell’uomo che più cercò di salvare la democrazia italiana: prima dalla guerra delle trincee e poi dal fascismo. Togliatti ne capì il significato e fece un celebre «discorso su Giolitti», ma poi cambiò idea e rimase l’uomo dei Patti Lateranensi confermati nella Costituzione.
Ma perché tornano i prefetti? Perché le regioni hanno fallito. L’ente regione entrò nella politica italiana con don Luigi Sturzo, che lo volle proprio contro Giovanni Giolitti e lo Stato dei prefetti. Così fu accolto dalla Costituzione, ma, da veri liberali, De Gasperi e Scelba videro che lo Stato delle regioni non era possibile in un regime di guerra fredda e di contrasto ideologico. La sinistra, che avversò le regioni, le ha poi adottate sino a farne il punto nodale delle istituzioni: aumentando, con una riforma costituzionale, le loro competenze persino in concorrenza con quelle dello Stato. Le regioni oggi fanno acqua, ritornano i prefetti. E ritornano perché l’odiato Stato di polizia è la premessa della democrazia, solo dove la polizia mantiene la legalità è possibile che nasca il regime di libertà. Le regioni non sono servite a mantenere il controllo dello Stato sul territorio: e il vero problema è quello di ristabilire il governo del territorio. Ora intervengono i grandi commissari: Bertolaso, De Gennaro, la Contini. Lo Stato cerca di riprendere il suo spazio.
Gianni De Gennaro è accusato per i fatti di Genova del G8, l’amplesso tra sinistra antagonista e magistratura lo vuole colpevole, ma è la figura centrale dello Stato, Prodi governante, quando i rifiuti di Napoli sbarcano in Sardegna e quando la monnezza grava sulla Campania. E così Bertolaso, direttore della Protezione civile, anche per il centrosinistra è la mano della provvidenza, a cui vengono affidati i casi più difficili. Senza però dargli il potere di usare la polizia per disperdere coloro che occupano abusivamente i territori e impediscono le vie di comunicazione. La democrazia non ha il coraggio di ricordare che essa suppone lo stato di polizia.

Il governo Berlusconi del 2008 ha avuto un chiaro mandato per dare allo Stato la sovranità sul territorio e far sì che la polizia possa disperdere i manifestanti illegali o violenti con la forza. Lo spirito di Mario Scelba, il più democratico e antifascista dei ministri democristiani, lui che stabilì lo Stato di polizia in Italia, dopo gli anni della violenza partigiana postfascista, indica che, senza il controllo della piazza da parte della polizia e dei carabinieri, non vi è legalità.

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Pantani, la lettera del papà, “Sento una fitta al cuore”

Pubblicato da peppecaridi su 22, Maggio, 2008

Al Giro d’Italia, in occasione della tappa di Cesena, il popolo del Pirata si è riunito intorno alla famiglia Pantani. Il papà Ferdinando, detto Paolo, ha scritto per la Gazzetta dello Sport un ricordo di Marco

Il trionfo di Pantani sull'Alpe di Pampeago nel Giro del '99. Ansa

Il trionfo di Pantani sull’Alpe di Pampeago nel Giro del ‘99. Ansa
MILANO, 22 maggio 2008 – In occasione della tappa di Cesena, il popolo del Pirata si è riunito intorno alla famiglia Pantani. Ecco la lettera che il papà di Marco Pantani ha scritto per la Gazzetta dello Sport, dedicandola al figlio morto quattro anni fa.
“Sono giorni difficili, per me, per noi, forse per tutti quelli che in qualche modo hanno voluto bene a Marco. Sono giorni che ho un magone così… che mi sento una fitta qui sotto il cuore e che non va più via. Ho voluto venire qui a Cesena, all’arrivo di tappa del Giro, e continuo a pensare che Marco avrebbe potuto essere ancora qui, a correre e magari a vincere in mezzo a questi ragazzi. Marco viveva per il ciclismo. Quando gli hanno tolto il ciclismo è morto. Togliendogli la cosa a cui teneva di più lo hanno massacrato. Per tutta la mia vita mi impegnerò perché gli venga restituita, almeno, la dignità. Ogni immagine delle sue vittorie, ogni frase delle sue interviste mi commuove e mi fa male. Di più non riesco a dire. Nessuno può immaginare quanto mi manca. Ciao Marcolino.
IL BABBO”

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