“Tra Gioia Tauro e Reggio ho iniziato a praticare il giornalismo, la mia professione. Anzi il giornalismo, più che una professione, lo considero un mestiere perchè dietro ogni articolo, ogni testata, ogni intervista c’è un lavoro artigianale.”
Ha incontrato gli studenti del corso di Giornalismo dell’Università di Messina, Francesco Verderami (nella fotografia con Rino Labate), giornalista parlamentare e editorialista del Corriere della Sera, in occasione di un suo intervento alla seconda conferenza d’Ateneo dal titolo “Democrazia e forma di governo: Verso una stagione di riforme”.
Verderami ha appassionato e coinvolto gli studenti aspiranti giornalisti raccontando la propria esperienza di vita e rispondendo alle numerose domande sul mestiere, sulla carriera, sulla ‘ndrangheta e soprattutto sulla politica.
E’ schietto, puntuale, giovanile e a tratti pungente, come quando risponde ad una domanda sul “caso Travaglio-Schifani” dicendo che è facile parlare senza contraddittorio e che quando si va in televisione a fare accuse così pesanti bisognerebbe almeno avere una controparte con cui potersi confrontare.
I modelli della lotta alla mafia sono Falcone, Borsellino e oggi Saviano, che in Campania sta rilanciando la funzione sociale del giornalismo come strumento per combattere la camorra.
Verderami spazia, in base alle domande, tra argomenti giornalistici e politici. Per quanto riguarda l’ordine professionale giornalistico, al centro del dibattito negli ultimi mesi per le manifestazioni di Beppe Grillo, sostiene che “prima o poi” anche in Italia questo tipo di ordine non ci sarà più, come in molti altri grandi Paesi Europei. Il mondo del giornalismo vive una fase di grande mutamento tecnico e strutturale.
Quando, infine, gli si chiede cosa pensa della proposta di La Russa che ha dichiarato di voler inviare l’esercito in Calabria per combattere la ‘nrangheta, risponde affermando che “noi calabresi abbiamo la testa dura. La lotta alla ‘ndrangheta passa dalla vita quotidiana di ognuno di noi: uno sviluppo sociale, culturale e civile. Io facevo la cronaca nera e giudiziaria quando a Reggio e Provincia morivano ammazzate 150 persone al mese o giù di lì. Arrivavo a Reggio con il treno da Gioia e prima di salire in macchina controllavo bene che non ci fosse qualche bomba. Stamattina invece passeggiavo tranquillo sul Lungomare, e ho visto con piacere che una ragazza, appena finito di bere una bibita, ha gettato la lattina nel cassonetto della spazzatura e non per terra. Per me questo è già tanto”.
Peppe Caridi